Perchè il Frosinone non dovrebbe ambire all’Europa? Perchè dopo 9 partite e 17 punti, al 6° in classifica e -1 dal Milan non dovrebbe sognare? Frosinone con è Como ma a volte il calcio realizza sogni incoffessabili e destini inimmaginabili.
Gli scudetti di Verona e Cagliari, nella storia quelli di Provercelli, Genoa, Casale e Novese spingono a credere che anche nell’era del calcio business, dove vincono sempre i soldi, almeno una volta nella vita faccia bene a tutti meravigliarsi di ciò che accade, senza neanche voler spiegare fino in fondo perchè.
SI è detto: “Le squadre di Alvini fanno un bel calcio ma poi in Serie A bisogna essere concreti”. Poi succede che in serie A il tecnico di Fucecchio ci torni con il Frosinone, lasciando tutti a bocca aperta per qualità di gioco, risultati a +3 su Juventus e Napoli.
In Italia, ci si aspetta sempre il crollo di una realtà propositiva fuori dagli schemi. E’ connaturato alla pessima mentalità del Bel Paese. Fino a vivisezionare il perchè del successo tra ‘giochista’ e ‘risultatista’, per potersi schierare o peggio se non si è capace di schierarsi.
Allora per spiegare l’inspiegabile ci si affida ai numeri che non hanno opinione.
Il Frosinone di Alvini è terzo miglior attacco, insieme alla Lazio, dietro soltanto a Inter e Roma. Il suo centravanti, Raimondo, è il capocannoniere della Serie A insieme al monzese Varela. Nonostante Raimondo, il Frosinone ha mandato in gol 7 giocatori diversi, finora. I 17 punti in 9 giornate di una neopromossa hanno un solo precedente datato 2007, fatto dalla Juve appena risalita dopo Calciopoli.
Alvini è salito di categoria e non ha fatto una piega. I suoi iocano come l’anno scorso.
Hanno il PPDA (Passes Per Defensive Action) più basso del campionato: significa che concedono meno passaggi agli avversari prima della riconquista del pallone. E’ la riaggressione immediata l’aspetto che più colpisce e che dimostra come le fasi di gioco siano strettamente collegate. Non appena il pallone torna tra i piedi del Frosinone si cerca la verticalizzazione sullo sbilanciamento avversario, andando a pescare il giocatore largo sulla fascia chiamato all’uno contro uno. L’esterno opposto taglia verso il centro e il trequartista, con uno dei due centrali davanti alla difesa, si inseriscono per fare spazio o dettare il passaggio. Spesso ci sono almeno 6 giocatori vicini all’area avversaria.
Questop è il quadro tecnico-tattico. Alvini, però, oltre a esaltarsi negli spazi, sa risalire il campo con facilità, legata allo scaglionamento dei suoi giocatori, abilissimi tra le linee alle spalle degli avversari in tutte le zone del campo.
Si assiste a una manovra che procede per giocate a uno, due tocchi e palla distribuita in una posizione subito occupata da un inserimento di chi arriva da dietro. La difesa accompagna per evitare di concedere profondità se si perde il pallone, visto che sono tutti sono proiettati alla riconquista immediata.
A parole tutto facile. Anche perchè è tutto sceritto nei libri di tattica individuale e collettiva di Coverciano. Ma non è cosi facile, semplice, scontato. Perchè non tutti riescono a passare dalla teoria alla pratica. C’è dell’altro, tanto altro che riguarda pedagogia e psicologia del calcio, comunicazione efficace, didattica della relazione.
Alvini non credo che abbia studiato tutto questo, ma nella sua semplicità ha dei saperi ormai dimenticati o affogati dall’enorme peso del calcio business che ci fa dimenticare di essere uomini!