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Ecco Cissè, come Mancini lancia i figli di stranieri che la Meloni ostacola ma fa italiani se vincono!

Una Nazionale con un’età media di poco superiore ai vent’anni, composta da giovani prospetti chiamati a raccogliere un’eredità importante e a restituire entusiasmo al calcio italiano.

E’ questo l’impegno preso da Mancini nel ritorno da Ct e chi si delinea nelle prossime convocazioni di Roberto Mancini per le sfide Nations League contro Francia (12 novembre a Milano) e Belgio (15 novembre a Bruxelles),

Il Cittì porterà a Coverciano Alphadjo Cisse: 20 anni, 4 gol in campionato più 3 in Europa League con la maglia del Milan. Tra i 31 convocati ci sono 4 nuovi volti: il 2009 del Como Riccardo Cassano oltre a Liberali, Cisse e il classe 2008 Lontani del Parma.

Nel gruppo anche Palestra, escluso lo scorso settembre perché fuori condizione dopo un infortunio. Assieme a Kayode (confermatissimo), formerà la coppia di terzini destri del futuro (Di Lorenzo è infortunato, a 33 anni è comunque in uscita). Dall’Under 21 di Baldini sono pronti a salire Pisilli (sicuro), e Koleosho (probabile) se avrà smaltito un recente acciacco. Liberali che ha giocato anche in Champions segnando è sotto osservazione, così come Bartesaghi, perché Dimarco se torna verrà valutato più da esterno offensivo che da terzino sx.

Da Pio Esposito a Luca Koleosho, passando per Niccolò Pisilli, Alessandro Romano, Issa Doumbia e Alphadjo Cissè, il commissario tecnico è intenzionato a proseguire il percorso di rinnovamento già avviato nelle precedenti convocazioni.

Una possibile formazione giovanissima, nella quale il più esperto sarebbe il 24enne Riccardo Calafiori, rappresenta l’immagine più efficace di una nuova generazione che chiede spazio. Non si tratta di un esperimento legato a tante indisponibilità che stanno interessando la Nazionale.

Le scelte di Mancini si inserirscono in una prospettiva più ampia, che guarda alla costruzione di un nuovo ciclo azzurro.

Dopo anni caratterizzati da difficoltà nella produzione e valorizzazione di talenti, il calcio italiano sembra finalmente poter contare su una nuova leva di calciatori capaci di affermarsi ad alti livelli. La questione, adesso, riguarda come accompagnarne la crescita e trasformare le potenzialità individuali in un progetto tecnico duraturo, sfida che da anni mette in luce le grandi lacune del nostro Sistema Calcio.

In questo processo, un ruolo fondamentale spetta alle società di Serie A.

I settori giovanili rappresentano il primo passaggio di un percorso che dovrebbe condurre i migliori prospetti verso il calcio professionistico, ma il loro valore si misura soprattutto nella capacità di accompagnare i ragazzi fino alla prima squadra.

In questa stagione diversi club stanno raccogliendo i frutti del lavoro svolto negli anni: l’Inter può contare su Pio Esposito e Federico Dimarco; la Roma ha Lulli e Niccolò Pisilli, l’Atalanta Giorgio Scalvini e Lorenzo Bernasconi, il Milan punta su Davide Bartesaghi e il Napoli su Antonio Vergara mandato in giro a crescere poi tornato alla base.

Percorsi differenti, accomunati dalla possibilità dimettere a disposizione calciatori cresciuti al loro interno, senza dover necessariamente ricorrere al mercato.

La valorizzazione dei vivai rappresenta, infatti, anche un’importante opportunità economica. Atalanta e Juventus sono tra le società che negli ultimi 10 anni hanno ricavato maggiori risorse dalle cessioni dei giovani cresciuti o sviluppati nei propri percorsi formativi: oltre 340 milioni di euro ciascuna.

Operazioni come quelle di Alessandro Bastoni e Franck Kessié per i bergamaschi, oppure di Matías Soulé e Moise Kean per i bianconeri, dimostrano quanto un investimento nella formazione possa trasformarsi in un patrimonio finanziario.

Discorso analogo riguarda la Fiorentina, che ha ottenuto ricavi importanti dalle cessioni di Federico Chiesa, Dusan Vlahovic e Federico Bernardeschi.

Esiste, tuttavia, il rischio che la ricerca di un ritorno economico immediato si trasformi in un’occasione persa.

Le vicende di Riccardo Calafiori e Dean Huijsen ne sono un esempio: il primo, cresciuto nella Roma, è stato ceduto al Basilea per una cifra iniziale di 2,5 milioni di euro, prima di affermarsi con il Bologna e raggiungere l’Arsenal; il secondo, valorizzato dalla Juventus anche attraverso il percorso della Next Gen, è stato ceduto al Bournemouth per circa 15 milioni più bonus, per poi trasferirsi al Real Madrid per 50 milioni di sterline (60 di euro).

Storie diverse, che evidenziano l’importanza di riconoscere il potenziale di un giovane e concedergli il tempo necessario per esprimerlo.

Un ulteriore strumento per ridurre il divario tra formazione e professionismo è rappresentato dalle seconde squadre. Attualmente sono 4 le società di Serie A ad aver intrapreso questa strada: Juventus, Atalanta, Inter e Milan, rispettivamente con Juventus Next Gen, Atalanta Under 23, Inter Under 23 e Milan Futuro.

Queste strutture consentono ai giovani di confrontarsi con il calcio degli adulti senza dover necessariamente abbandonare il proprio club di appartenenza, acquisendo esperienza e continuità prima del possibile approdo in prima squadra.

Le differenze tra i progetti e i rispettivi risultati rimangono significative, ma la loro diffusione testimonia una crescente consapevolezza: accompagnare gradualmente i talenti verso il professionismo.

La valorizzazione dei giovani, tuttavia, non può limitarsi alla creazione di strutture adeguate o alla prospettiva di future cessioni. Servono soprattutto coraggio nelle scelte tecniche e la disponibilità a concedere opportunità concrete, anche a costo di accettare qualche inevitabile errore di crescita.

Il percorso di Pio Esposito con l’Inter, quello di Pisilli con la Roma e l’affermazione seppur contrastata di Vergara al Napoli dimostrano che il lavoro dei settori giovanili debba tradursi in risorse importanti anche per il presente delle società.

Non sempre, infatti, le scelte dei club italiani devono necessariamente arrivare dal mercato internazionale: una parte delle risposte potrebbe trovarsi già all’interno dei vivai. E’ sempre una questione di interesse personali dei presidenti e della gestione di indirizzo delle società. Vedi quella di De Laurentis mai interessato a finanziare il vivaio azzurro.

Ma la nuova generazione italiana presenta un’altra caratteristica, che merita di essere osservata al di là del talento. Tra i giovani emergenti nel panorama calcistico italiano si incontrano sempre più frequentemente storie familiari e culturali differenti, espressione di una società profondamente cambiata rispetto al passato.

È il caso di Alphadjo Cissè, nato a Treviso da genitori guineani; ma anche di Micheal Kayode o Moise Kean, cresciuti in Italia rispettivamente da famiglie di origine nigeriana e ivoriana. Storie accomunate dall’aver trovato nel calcio italiano uno spazio di formazione, affermazione e appartenenza.

Calciatori che rappresentano le cosiddette seconde generazioni, giovani che hanno costruito la propria identità nel Paese in cui sono nati o cresciuti, pur mantenendo un legame con le origini straniere della famiglia. +

Il loro percorso sportivo contribuisce a rendere visibile una trasformazione demografica e culturale che interessa ormai diversi ambiti della società italiana. Eppure, il riconoscimento di questa realtà continua a confrontarsi con un dibattito pubblico spesso complesso, soprattutto quando si affronta il tema dell’integrazione.

Un esempio recente arriva dal mondo della politica, dove il decreto-legge 170 del 2026 ha introdotto un limite del 30% per gli alunni con cittadinanza non italiana neoarrivati nelle classi delle scuole, prevedendo specifiche condizioni e possibilità di deroga.

Il provvedimento, presentato nell’ambito delle misure per favorire l’integrazione scolastica, ha riacceso il confronto sulle modalità attraverso cui accompagnare l’inserimento dei giovani provenienti da contesti migratori.

Una discussione che pone interrogativi preoccupanti sul significato stesso di integrazione e sul rapporto tra tutela delle esigenze formative e inclusione sociale.

Il confronto con il mondo dello sport non deve necessariamente tradursi in una contrapposizione politica. Tuttavia, emerge la contraddizione su cui vale la pena riflettere: da una parte si fatica ancora a riconoscere pienamente il valore dell’inclusione delle seconde generazioni, dall’altra si celebrano con orgoglio i successi di quegli stessi giovani quando contribuiscono a portare in alto il nome dell’Italia.

Quanto è pronta, dunque, la società italiana a riconoscere come propri i ragazzi che, pur avendo origini familiari altrove, sono nati, cresciuti e formati nel nostro Paese?

Nel calcio, questo riconoscimento sembra progressivamente affermarsi attraverso le prestazioni, i risultati e la maglia azzurra.

Fuori dal campo, invece, il percorso resta difficile e articolato.

La nuova generazione del calcio italiano racconta dunque molto più di un semplice ricambio anagrafico. È il riflesso di un Paese che cambia, nel quale talento, identità e appartenenza non possono essere ricondotti a un’unica origine.

Perché il talento non ha provenienza geografica, ma ha bisogno di opportunità per emergere e di una società disposta a riconoscerlo. Il futuro azzurro potrebbe passare proprio da qui: dalla capacità di valorizzare una generazione che, dentro e fuori dal campo, è già la Nuova Italia

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