Una Nazionale con un’età media di poco superiore ai vent’anni, composta da giovani prospettichiamati a raccogliere un’eredità importante e a restituire entusiasmo al calcio italiano. È questo loscenario che potrebbe delinearsi nelle prossime convocazioni di Roberto Mancini per le sfide diNations League contro Francia e Belgio. Da Pio Esposito a Luca Koleosho, passando per NiccolòPisilli, Alessandro Romano, Issa Doumbia e Alphadjo Cissè, il commissario tecnico sembraintenzionato a proseguire il percorso di rinnovamento già avviato nelle precedenti convocazioni.Una possibile formazione giovanissima, nella quale il più esperto sarebbe il ventiquattrenneRiccardo Calafiori, rappresenta forse l’immagine più efficace di una nuova generazione che chiedespazio. Non si tratta soltanto di un esperimento legato alle numerose indisponibilità che stannointeressando la Nazionale. Le scelte di Mancini sembrano inserirsi in una prospettiva più ampia, cheguarda alla costruzione di un nuovo ciclo azzurro. Dopo anni caratterizzati da difficoltà nellaproduzione e nella valorizzazione di talenti, il calcio italiano sembra finalmente poter contare suuna nuova leva di calciatori capaci di affermarsi ad alti livelli. La questione, adesso, riguarda lapossibilità di accompagnarne la crescita e trasformare le potenzialità individuali in un progettotecnico duraturo, sfida che da anni mette in luce le grandi lacune del nostro sistema calcistico.In questo processo, un ruolo fondamentale spetta inevitabilmente alle società di Serie A. I settorigiovanili rappresentano il primo passaggio di un percorso che dovrebbe condurre i miglioriprospetti verso il calcio professionistico, ma il loro valore si misura soprattutto nella capacità diaccompagnare i ragazzi fino alla prima squadra. In questa stagione diversi club stanno raccogliendoi frutti del lavoro svolto negli anni: l’Inter può contare su Pio Esposito e Federico Dimarco, la Romasu Niccolò Pisilli, l’Atalanta su Giorgio Scalvini e Lorenzo Bernasconi, il Milan su DavideBartesaghi e il Napoli su Antonio Vergara. Percorsi differenti, accomunati dalla possibilità dimettere a disposizione delle rispettive squadre calciatori cresciuti al loro interno, senza dovernecessariamente ricorrere al mercato. La valorizzazione dei vivai può rappresentare ancheun’importante opportunità economica. Atalanta e Juventus sono tra le società che negli ultimi diecianni hanno ricavato maggiori risorse dalle cessioni dei giovani cresciuti o sviluppati nei propripercorsi formativi: oltre 340 milioni di euro ciascuna. Operazioni come quelle di AlessandroBastoni e Franck Kessié per i bergamaschi, oppure di Matías Soulé e Moise Kean per i bianconeri,dimostrano quanto un investimento nella formazione possa trasformarsi in un patrimonio anche sulpiano finanziario. Un discorso analogo riguarda la Fiorentina, che ha ottenuto ricavi importantidalle cessioni di Federico Chiesa, Dusan Vlahovic e Federico Bernardeschi. Esiste, tuttavia, anche ilrischio che la ricerca di un ritorno economico immediato si trasformi in un’occasione persa. Levicende di Riccardo Calafiori e Dean Huijsen ne sono un esempio: il primo, cresciuto nella Roma, èstato ceduto al Basilea per una cifra iniziale di 2,5 milioni di euro, prima di affermarsi con ilBologna e raggiungere l’Arsenal; il secondo, valorizzato dalla Juventus anche attraverso il percorsodella Next Gen, è stato ceduto al Bournemouth per circa 15 milioni più bonus, per poi trasferirsi alReal Madrid a cifre decisamente superiori. Due storie diverse, ma che evidenziano quanto siaimportante saper riconoscere il potenziale di un giovane e concedergli il tempo necessario peresprimerlo.Un ulteriore strumento per ridurre il divario tra formazione e professionismo è rappresentato dalleseconde squadre. Attualmente sono quattro le società di Serie A ad aver intrapreso questa strada:Juventus, Atalanta, Inter e Milan, rispettivamente con Juventus Next Gen, Atalanta Under 23, InterUnder 23 e Milan Futuro. Queste strutture consentono ai giovani di confrontarsi con il calcio degliadulti senza dover necessariamente abbandonare il proprio club di appartenenza, acquisendoesperienza e continuità prima del possibile approdo in prima squadra. Le differenze tra i progetti e i
rispettivi risultati rimangono significative, ma la loro diffusione testimonia una crescenteconsapevolezza dell’importanza di accompagnare gradualmente i talenti verso il professionismo.La valorizzazione dei giovani, tuttavia, non può limitarsi alla creazione di strutture adeguate o allaprospettiva di future cessioni. Servono soprattutto coraggio nelle scelte tecniche e la disponibilità aconcedere opportunità concrete, anche a costo di accettare qualche inevitabile errore di crescita. Ilpercorso di Pio Esposito con l’Inter, quello di Pisilli con la Roma e l’affermazione di Vergara con ilNapoli dimostrano come il lavoro dei settori giovanili possa tradursi in risorse importanti anche peril presente delle società. Non sempre, infatti, la soluzione ai problemi del calcio italiano devenecessariamente arrivare dal mercato internazionale: una parte delle risposte potrebbe trovarsi giàall’interno dei vivai.Ma la nuova generazione azzurra presenta anche un’altra caratteristica, che merita di essereosservata al di là delle qualità tecniche. Tra i giovani che stanno emergendo nel panorama calcisticoitaliano si incontrano sempre più frequentemente storie familiari e culturali differenti, espressione diuna società profondamente cambiata rispetto al passato. È il caso di Alphadjo Cissè, nato a Trevisoda genitori guineani, ma anche di Micheal Kayode o Moise Kean, cresciuti in Italia rispettivamenteda famiglie di origine nigeriana e ivoriana. Percorsi diversi, accomunati dall’aver trovato nel calcioitaliano uno spazio di formazione, affermazione e appartenenza. Questi calciatori rappresentano unaparte importante delle cosiddette seconde generazioni, giovani che hanno costruito la propriaidentità nel Paese in cui sono nati o cresciuti, pur mantenendo un legame con le origini starniere deipropri familiari. Il loro percorso sportivo contribuisce a rendere visibile una trasformazionedemografica e culturale che interessa ormai diversi ambiti della società italiana. Eppure, ilriconoscimento di questa realtà continua a confrontarsi con un dibattito pubblico spesso complesso,soprattutto quando si affronta il tema dell’integrazione.Un esempio recente arriva dal mondo della politica, dove il decreto-legge 170 del 2026 haintrodotto un limite del 30% per gli alunni con cittadinanza non italiana neoarrivati nelle classi,prevedendo specifiche condizioni e possibilità di deroga. Il provvedimento, presentato nell’ambitodelle misure per favorire l’integrazione scolastica, ha riacceso il confronto sulle modalità attraversocui accompagnare l’inserimento dei giovani provenienti da contesti migratori. Una discussione chepone interrogativi preoccupanti sul significato stesso di integrazione e sul rapporto tra tutela delleesigenze formative e inclusione sociale. Il confronto con il mondo dello sport non devenecessariamente tradursi in una contrapposizione politica. Tuttavia, emerge una contraddizione sullaquale vale la pena soffermarsi: da una parte si fatica ancora a riconoscere pienamente il valoredell’inclusione delle seconde generazioni, dall’altra si celebrano con orgoglio i successi di queglistessi giovani quando contribuiscono a portare in alto il nome dell’Italia. Quanto è pronta, dunque,la società italiana a riconoscere come propri ragazzi che, pur avendo origini familiari altrove, sononati, cresciuti e si sono formati nel Paese? Nel calcio, questo riconoscimento sembraprogressivamente affermarsi attraverso le prestazioni, i risultati e la maglia azzurra. Fuori dalcampo, invece, il percorso appare ancora più articolato.La nuova generazione del calcio italiano racconta dunque molto più di un semplice ricambioanagrafico. È il riflesso di un Paese che cambia, nel quale talento, identità e appartenenza nonpossono essere ricondotti a un’unica origine. Perché il talento non ha provenienza geografica, ma habisogno di opportunità per emergere e di una società disposta a riconoscerlo. Il futuro azzurropotrebbe passare proprio da qui: dalla capacità di valorizzare una generazione che, dentro e fuori dalcampo, rappresenta già una nuova Italia