Il Napoli nella bufera con i tifosi azzurri che hanno contestato la squadra a Oporto e la sensazione di un Allegri allo sbando, chiede un focus di verità su uno dei temi – non l’unico – del fallimento. Max, maestro nella gestione dei momenti difficili è inerme, complice la decisione di cambiare modulo puntando sull’attacco, impostazione voluta da Conte sulle caratteristiche dei calciatori in rosa.
I numeri parlano chiaro: 27° posto in Champions con soli 3 punti in 4 gare; 8° in campionato con 14 punti, la meta della Lazio capolista, -7 dal quarto posto del Como.
Disastro cui una spiegazione l’ha data lo stesso Allegri a Oporto sottolineando i pochi calciatori a disposizione: “pesano gli infortuni e un ritmo di gioco sempre più alto”. Una semplificazione banale perchè Il problema invece è profondo anche sul discorso infortunati!
Il Dottor Maurizio Marassi è un medico chirurgo specialista in medicina dello Sport, Scienza dell’Alimentazione, anestesia, internistica e medicina generale. Attivo a Napoli da oltre 40 anni.
È stato in passato medico sociale del Calcio Napoli, intervenendo spesso su questioni legate alla traumatologia e alla storia clinica degli atleti
Qui partecipa con competenze specifiche al dibattito sugli infortuni dei calciatori del Napoli cui lo stesso Allegri ieri si è rifatto.
1. Facciamo il quadro generale tra prevenzione, diagnosi e recupero. Numero e cadenza di infortuni nel Napoli sono difficili da spiegare. Quale è la lettura di ciò che sta accadendo?
“Premesso che, nell’ambito napoletano, sono tra i medici sportivi più anziani e con più esperienza, avendo lavorato con il Posillipo, la Nazionale di pugilato, Basket Napoli, il Napoli femminile e con il Napoli stesso, dico che il problema non è mai stato affrontato e risolto. Dopo il periodo in cui c’era DeNicola, persona esperta e valida, i cui risultati erano confermati anche dai numeri, la situazione è cambiata. All’epoca prevenzione, tempi di recupero, gestione sanitaria erano sicuramente a un altro livello. Oggi, ma già da qualche tempo, persino dai tempi di Spalletti, vedo 3 criticità: prevenzione degli infortuni assente, diagnostica lenta, recuperi molto lunghi. Questo è ciò che si osserva dall’esterno, perché molte cose non vengono comunicate. Una volta c’erano comunicati sanitari dettagliati; oggi le informazioni sono vaghe e non consentono ipotesi tecniche serie.
Ad esempio…?
Prendiamo l’ultimo infortunio di Lobotka: vengono date alcune informazioni, ma non sappiamo il grado della distrazione, l’entità del danno muscolare o del coinvolgimento legamentoso. I comunicati restano generici. Anche quest’anno ci sono situazioni che, per la mia esperienza, non risultano chiare.
Penso al caso McTominay: in Nazionale avrebbe avuto un problema di aritmia, poi viene convocato, svolge la preparazione e successivamente si ferma. Questo mi lascia perplesso. Lo stesso vale per Buongiorno: si presenta in ritiro, fa la prima giornata e poi si decide di operarlo. Mi chiedo se una situazione del genere non potesse essere valutata e gestita due mesi prima. Sul caso McTominay la domanda è: come ha superato la visita di idoneità se c’era già stato un problema di aritmia? In questi casi, normalmente, il giocatore viene sottoposto subito a una valutazione specifica. È possibile che la Nazionale scozzese lo abbia fatto giocare dopo l’episodio, ma mi lascia perplesso che abbia superato l’idoneità, svolto la preparazione e che solo dopo settimane si sia arrivati a parlare di ablazione.
La cosa che considero più grave è un’altra: quando c’è un infortunio, i tempi di recupero mi sembrano sistematicamente troppo lunghi.
2. Il responsabile sanitario: profilo, autonomia e leadership. Qual è il primo requisito di un comparto di medicina sportiva all’altezza di una società come il Napoli? Che profilo deve avere il responsabile sanitario?
“Il primo passo è scegliere un responsabile con curriculum, esperienza, leadership, capacità relazionale e soprattutto autonomia. Deve essere in grado di opporsi alle pressioni del giocatore o dell’allenatore, che comprensibilmente vogliono tutti disponibili nel minor tempo possibile. Il medico deve poter dire anche “no, non è disponibile all’attività”. Se un giocatore arriva a 13 infortuni in quattro anni, vuol dire che esiste un problema. È stato valutato adeguatamente? Io ho dei dubbi, perché se dopo un mese si presenta un altro infortunio vuol dire che qualcosa va approfondito. In televisione ho visto dati secondo cui, nell’arco di quattro o cinque anni, alcuni giocatori hanno trascorso quasi 2 stagioni da infortunati.
Storicamente al Napoli molte cose sono state fatte con una logica di risparmio. E questo vale anche quando si valutano i calciatori sul mercato: se un giocatore ha una storia clinica problematica, il medico dovrebbe avere la forza di dire alla proprietà che quel profilo presenta rischi. Se compri una macchina già difettosa, non puoi sorprenderti se poi si rompe.
3. Oltre alla prevenzione, ci sono due funzioni fondamentali: diagnostica e medicina riabilitativa. Il Napoli dispone delle competenze adeguate per gestirle?
Ti racconto un episodio. Ai tempi di Spalletti, l’anno successivo all’uscita di De Nicola, fui contattato da una persona molto vicina a De Laurentiis, un importante medico oncologo napoletano. Mi disse di prepararmi perché avrei dovuto parlare con la società. Due giorni prima dell’incontro mi richiamò e mi spiegò che erano stati contattati tre medici ai quali era stata chiesta una decurtazione del 30% dell’ingaggio. E avevano accettato. La trattativa con me, di fatto, non andò avanti.
Il problema del calcio è che non sempre vi operano professionalità di primo livello nella pratica quotidiana. La bravura, per esempio, di Emilio Acampora era quella di fare da coordinatore e rivolgersi a specialisti di grande livello. Oggi, invece, il rischio è di avere figure mediocri che non sanno a chi rivolgersi e finiscono per seguire le preferenze dei giocatori.
Quando Mertens fu operato, per esempio, andò a Manchester. È normale che un professionista abbia diritto a scegliere, ma la società ha un interesse pari a quello del calciatore e dovrebbe essere presente, seguire il percorso e tutelarsi con competenze proprie.
4. Esistono professionalità adeguate a Napoli? Se dovessi indicare oggi un professionista o un consulente all’altezza di questo ruolo?
Un medico affermato, non napoletano, difficilmente si trasferisce per questo tipo di incarico. A Napoli non vedo molti medici sportivi con un’esperienza davvero adeguata, perché la medicina dello sport è stata spesso considerata una seconda scelta.
Una persona valida, che in passato collaborava con me e che oggi lavora con la Salernitana, è Vincenzo Lo Schiavo. Era un mio collaboratore quando lavoravo al Napoli. È una figura che comunque va inserita in una struttura coordinata. Ho collaborato con il Napoli 6 mesi. A gennaio andai da Marino e mi dimisi, perché alcune cose non mi piacevano e alcuni comportamenti non erano compatibili con il mio modo di lavorare.
A Napoli ci sono ottimi ortopedici, cardiologi e specialisti, ma non vogliono avere rapporti con De Laurentis per come vengono gestite dinamiche professionali.
5. Strutture, rete clinica e prevenzione degli infortuni. È possibile che manchi una struttura diagnostica e, soprattutto, una rete organizzata di riferimento?
Le professionalità a Napoli ci sono. Io stesso, per un incarico importante che non posso ancora pubblicizzare per vincoli contrattuali, ho creato una rete con alcune cliniche napoletane, Mediterranea, Pineta Grande, Ruesch. Ho rivisto completamente un contratto precedente e costruito un sistema che considero molto avanzato. Quando potrò parlarne pubblicamente, sarà possibile entrare nei dettagli.
La prevenzione? A Napoli ci sono persone molto preparate nella prevenzione degli infortuni. Posso citare Dino San Giorgio e Arturo Di Mezza: professionisti bravi, che quando hanno lavorato hanno lavorato bene. Il vero problema è che il mondo del calcio è chiuso. Allegri si porta il suo staff, Conte ha il suo staff e così via.
Io invece penso che il settore sanitario debba essere autonomo rispetto alle dinamiche dello staff tecnico. Devi avere qualcuno che si occupa di prevenzione che possa andare dall’allenatore e dire: “Questo giocatore è in sovraccarico, rischia di farsi male, bisogna fare degli esami.
Oggi, scientificamente, puoi prevenire molti infortuni anche attraverso semplici esami del sangue e monitoraggi specifici. In passato si lavorava empiricamente, cercando di capire a occhio. Non possiamo restare a quei livelli.
6. Il caso Neres e l’autonomia del medico. C’è un episodio recente che ha colpito particolarmente.
Ho visto Neres entrare in campo e poi uscire dopo venti minuti. In seguito si è allenato con i panchinari. Una cosa del genere, se il giocatore ha un problema fisico, per me è incomprensibile. Se fossi stato il responsabile sanitario e avessi ritenuto il giocatore a rischio, sarei intervenuto immediatamente.
7. Torniamo alla leadership: il responsabile sanitario deve avere l’autorevolezza necessaria per fermare un atleta quando lo ritiene opportuno, indipendentemente dalle pressioni tecniche o societarie. Mi riferisco a organizzazione interna e qualità delle figure di supporto. Logica che vale anche per altre aree della società.
Nel calcio, come in qualunque organizzazione, dovresti scegliere le migliori competenze disponibili.
Se invece scegli figure sottodimensionate o pagate poco, è difficile pretendere un’organizzazione d’eccellenza. Questo riguarda anche il settore sanitario, che richiede presenza quotidiana, responsabilità e competenze elevate.
8. Strutture di recupero e centro sportivo. Andiamo sulle strutture di recupero. A Castel Volturno, per quanto si sa, molte attrezzature sono datate. Quanto pesa questo aspetto?
Le strutture contano. Ricordo che a un certo punto fu necessario rifare anche la palestra, perché quella esistente non era adeguata. Credo che il rinnovamento sia avvenuto nel periodo di Benitez. Conte ha anche criticato le condizioni dei campi, mentre De Laurentiis ha rispost oche, dovendo lasciare Castel Volturno, non avrebbe avurto senso investire cifre importanti per rifarli. Personalmente non credo che i campi siano la causa principale. Sicuramente l’usura peggiora la situazione, ma preparazione atletica e gestione sanitaria restano fattori decisivi.
9. Fattori psicologici, carichi di lavoro e ricorrenza degli infortuni. Quanto incidono i fattori psico-emotivi, la personalità dell’atleta e la predisposizione alla gestione dello stress individuale, sugli infortuni?
Incidono, così come incide la gestione dei carichi di lavoro. La preparazione atletica e la parte sanitaria sono decisive. Non credo che si possa spiegare tutto con il campo o con fattori esterni. C’è un elemento che mi colpisce: molti infortuni sembrano concentrarsi su specifici gruppi muscolari, non sono distribuiti in modo casuale. Questo può essere compatibile anche con un carico di preparazione non corretto.
Il soleo è un muscolo difficile da gestire, ma mi chiedo come sia possibile una ricorrenza così forte proprio nello stesso distretto, insieme a problemi agli adduttori, sia a destra sia a sinistra. Quando ho seguito direttamente atleti con distrazioni muscolari di secondo grado, in alcuni casi dopo circa quaranta giorni erano tornati a giocare senza ulteriori problemi.
Adesso vedo spesso una sequenza che non funziona: prevenzione, diagnosi, terapia e recupero. C’è da rivedere l’intero processo.
10. Il nodo organizzativo. Il problema quindi non è il singolo responsabile medico?
“Esatto. Se una società pensa di risolvere tutto semplicemente sostituendo il primo medico con il secondo, senza cambiare il sistema, il problema resta. Bisogna costruire una struttura vera, con ruoli chiari, autonomia, specialisti di riferimento e procedure condivise. E ciò nel Napoli non esiste”.