Israele va al cambio di governo. L’era Netanyahu sembra finita. Al termine del voto, il presidente israeliano Isaac Herzog ha annunciato che conferirà domenica l’incarico per un nuovo governo. “I risultati delle consultazioni possono sembrare chiari, ma l’autorità che mi è conferita dalla legge è di determinare chi ha la capacità di formare un governo, e questo non è del tutto chiaro, dato il veto reciproco tra i blocchi e all’interno dei blocchi stessi”, ha dichiarato Herzog ai media.
L’impasse venuto fuori dalle urne però non è stato superato. Lo dice la clamorosa marcia indietro del leader del partito Yisrael Beytenu (Israele è la nostra casa) Liberman su uno dei punti cruciali delle sue campagne: non entrare mai in una coalizione con i partiti ultraortodossi, ‘neanche se arriva il Messia’.
L’Unto non è arrivato, ma l’ex enfant terribile della politica israeliana ha giocato la sua carta: “I risultati elettorali ci impongono di ricalibrare la nostra rotta. Dobbiamo porre fine all’era Netanyahu, non dobbiamo lasciarci trascinare in un’altra tornata elettorale, non dobbiamo formare un governo che si basi sull’astensione della Lista Araba Unita o di Ra’am.
Su ogni altra questione è lecito, anzi auspicabile, mostrare flessibilità, inclusa la questione della legge per l’arruolamento”. Tradotto: apertura agli ultraortodossi. Quindi, opponendosi al governo di minoranza con l’appoggio esterno di partiti arabi, in sostanza Liberman blocca il piano del Change Bloc.
Eisenkot ha reagito male: “Israele si trova in un momento di emergenza reale, tangibile e pericoloso. Chiunque tenti di sabotare la formazione del governo per motivi personali e non pertinenti sarà ricordato nella storia come qualcuno che non si è dimostrato all’altezza della situazione e non ha agito per salvare Israele”, riferendosi all’ostruzionismo di Liberman.
Furibonda la reazione di Itamar Ben Gvir: “È incredibile come abbiate trasformato gli haredim (gli ultraortodossi) nell’emblema del male e nell’essenza dei problemi di Israele, per poi affrettarvi a unirvi con loro”, individuando nella mossa del king maker di origine moldava l’apertura di un fronte che allontana sempre di più la coalizione di Bibi dal potere.
Ora i quattro partiti del Change Bloc che accettano i punti del programma Eisenkot hanno in totale 48 seggi.
Liberman, che si oppone a governo di minoranza con appoggio esterno degli arabi apre a una trattativa con gli haredim di Ebraismo Unito (7 seggi) che si sono già sganciati da Netanyahu.
Ma per tenere fuori gli arabi (19 seggi) i numeri non bastano. Gli servirebbero anche i 6 seggi di Shas, che però ha indicato Netanyahu premier.
Il coniglio dal cappello sarebbe reclutare alcuni transfughi del Likud (partito di Bibi). Non è chiaro come. Il presidente di Yisrael Beytenu, che attribuisce la sconfitta del blocco del cambiamento alla campagna di Eisenkot per far diventare la sua fazione ‘il partito più grande’, ora minaccia i suoi alleati: “Un governo di minoranza durerebbe molto meno dell’esecutivo di transizione Bennett-Lapid del 2021 (finito dopo un anno) e poi ci ritroveremmo Netanyahu di nuovo al potere con 70 seggi per altri quattro anni”.
Herzog ha riferito che gli incontri con i partiti sono stati “aperti, schietti e anche incisivi”, e che ha posto “domande difficili” per spingere tutti “alla flessibilità e ad aprire la mente a percorsi diversi“.
Durante le consultazioni, il presidente ha sollevato con diversi partiti la possibilità di una “condivisione del potere” o di un governo di unità per evitare una nuovo voto, opzione che hanno rifiutato sia Yashar!, il partito del favorito Gadi Eisenkot, sia Beyajad degli ex primi ministri Naftali Bennet e Yair Lapid.
Durante le consultazioni Gadi Eisenkot ha ottenuto sostegno sufficiente per un mandato. L’ultima delegazione ricevuta è stata quella di Yashar!, il partito di Eisenkot, che ha dato indicazione per il proprio leader.
Al momento Eisenkot può contare su 67 dei 120 deputati della Knesset e l’appoggio delle liste arabe.
In un comunicato ha precisato di aver comunicato al presidente Isaac Herzog “la decisione di raccomandare che Gadi Eisenkot riceva l’incarico di formare il governo”. Una scelta che risponde “alla richiesta popolare di impedire il ritorno al potere di Netanyahu“.
Ma non è l’unica soluzione. Circola l’ipotesi di un esecutivo con gli ultraortodossi, sostenuto da 61 deputati. Secondo i media israeliani, Avigdor Lieberman ha revocato il suo veto di lunga data nei confronti dei partiti ultraortodossi e sono in corso negoziati con Giudaismo unito della Torah, che non ha dato l’ok per Netanyahu. Le trattative ruotano sulla legge del 2018, l’esenzione dal servizio militare obbligatorio per gli studenti delle yeshiva, allora promossa da Lieberman.
Secondo questo scenario alla guida dell’esecutivo dovrebbero alternarsi Eisenkot e Lieberman.