INCHIESTA. Como 1907, dalla ripartenza in Serie D alla Champions League in meno di un decennio è la realizzazione di un progetto che unisce ambizioni sportive, marketing e valorizzazione del territorio.
Ma dietro una crescita straordinaria si nasconde anche la sfida della sostenibilità economica.
Ci siamo abituati tanto velocemente alla presenza del Como tra le grandi del calcio italiano, tenendo testa ai migliori club di Serie A, partecipare alla Champions, che aver battuto 4-1 il Manchester United non fa più strano.
Il mancino fatato di Nico Paz, le accelerazioni di Diao, l’istinto bomber di Douvikas, in pochissimo tempo, hanno costruito un livello così alto che oggi sembra quasi scontata la presenza del Como tra le protagoniste in Italia e in Europa.
Il merito va sicuramente ai calciatori, in particolare a Cesc Fabregas, il quale ha abbracciato il progetto Como già prima di diventarne allenatore. Prima di sedersi sulla panchina Cesc ha disputato la sua ultima stagione da professionista tra i lariani, stagione 22/23.
Non finisce qui perché il centrocampista spagnolo quando si trasferì sulle rive del Lago decise di acquistare anche una quota societaria, scelta che preannunciava all’orizzonte un rapporto lungo e stabile.
Appese le scarpette al chiodo, Fabregas divenne prima allenatore delle giovanili, successivamente della prima squadra, diventando protagonista dei grandi successi della società, non più grazie ai suoi piedi, tra i più riconosciuti del calcio europeo, ma grazie alla sua intelligenza tattica, alla grande mentalità, all’identità creativa acquisita al Barça e trasferita ai giocatori delComo.
E’ doveroso quindi raccontare un percorso straordinario e imprevedibile di una società che nel 2017 si ritrovava a ripartire dalla Serie D dopo il fallimento finanziario e nel 2023 chiudeva la Serie B da 13ª, fino alla promozione in serie A addirittura a conquistare, stagione 2025-26, un posto in Champions League.
Un’ascesa che, osservata oggi, rischia di apparire naturale, anche se dietro questa rapida scalata, si nasconde una trasformazione tutt’altro che banale. La grandezza del Como, infatti, risiede nella capacità di trasformare una profonda difficoltà in un progetto sportivo ambizioso, al sostegno delle mire di una proprietà ricca e internazionale mossa da una strategia di sviluppo molto moderna ed efficace.
La storia di questo Como solleva così una riflessione che va oltre un campo di calcio, penetrando nel sociale il valore di una rinascita sportiva che non è solo sportiva.
Per comprendere la portata del percorso lariano è utile guardare ad altre società italiane che hanno attraversato il fallimento. Non per stabilire una graduatoria ma per ribadire la complessità di una realtà calcistica da ricostruire dopo una frattura societaria.
Nottesport su questo parametro/parallelo non può che riferirsi alla SSCNapoli, fallita e dall’estate 2024, acquisita da Aurelio De Laurentis, fin da subito insufficiente nella visione del rilancio, avendo rinunciato al marchio, alla denominazione con 54 anni di storicità, al rapporto con un popolo da definire molto oltre lo status di tifoso.
La S.S.C. Napoli passata nell’estate del 2004 alla Filmauro srl (capitale sociale 500.000 euro, una inezia, ma con 6 milioni di di debiti) fallì per la gestione folle, inesperta, incompetente di Toto Naldi, subentrato a Ferlaino e Corbelli. Al club proprio per la sua storia e l’ imparegiabile seguito, fu concesso di ripartire dalla C1, duro colpo per una città che in 15 anni era passata dalla vittoria del Primo scudetto con Maradona all’abisso delle categorie inferiori.
Il Napoli tornò in Serie A nel 2007, dopo 3 stagioni. Il ritorno in Champions avvenne nel maggio del 2011, Mazzarri allenatore, capitalizzando 7 anni di errori cui rimediare costantemente.
Quella azzurra però, è una storia di rinascita favorita dal grande blasone per i successi degli anni ’80 riusciti per una gestione affidata prima ad Italo Allodi e proseguita da Luciano Moggi. Un unicum.
Le vicende di altri club meno famosi anche se con una storia come Catania e Chievo Verona, raccontano l’altra faccia del calcio italiano. Dopo un fallimento queste realtà affrontano percorsi di difficoltà economica, riorganizzazione societaria, ricostruzione dell’identità sportiva.
Il Catania è retrocesso in C nel 2015 per illeciti sportivi ed è fallito nel 2021. Nonostante sia stato rimesso in piedi, ancora oggi è relegato nell’ultima categoria dei professionisti.
Il Chievo Verona è fallito invece nel 2022, ma già dall’estate del 2021 era sparito dal calcio professionistico data l’esclusione dalla Serie B per irregolarità amministrative/tributarie. La rinascita è avvenuta attraverso la FC Clivense, fondata nel 2021 dalla bandiera del club Sergio Pellissier, che ha ripreso dalle categorie dilettantistiche fino ad arrivare attualmente in Serie D. Per poi acquisire nel 2024 marchio e nome storico, permettendo a squadra e città di tornare a chiamarsi Chievo Verona dalla stagione 2024-2025.
Proprio alla luce di queste difficoltà, la scalata del Como acquista un significato di alto valore manageriale. In pochi anni, ha percorso una distanza per altre realtà impossibile da colmare: da squadra di calcio a progetto internazionale. La rapidità della crescita sportiva, tuttavia, rappresenta soltanto una parte della storia.
‘MODELLO COMO’ comprenderlo significa studiare ciò che il club sta costruendo fuori del rettangolo verde.
Nel 2019 il Como è stato acquisito dal gruppo indonesiano Djarum, riconducibile alla famiglia Hartono, i quali hanno individuato Mirwan Suwarso Presidente. Da quel momento è partito un ambizioso percorso di sviluppo, investendo innanzitutto in squadra e infrastrutture sportive, affiancando a questi interventi una strategia di valorizzazione dell’immagine del club.
Un lavoro mirato di comunicazione che ha saputo valorizzare il legame con il territorio (di per sé meta privilegiata di celebrità e grandi imprenditori internazionali) generando valore identitario ed una accresciuta attrattività del marchio ed il potenziale commerciale.
Il Como ha progressivamente superato il modello tradizionale di società calcistica, limitato ai profitti derivanti dai risultati sportivi, diritti televisivi, sponsor, abbonamenti e biglietti. L’ambizione è costruire un ecosistema nel quale il calcio rappresenti il punto di accesso a una rete più ampia di attività commerciali, culturali eturistiche.
Il fulcro centrale su cui l’area marketing della società ha lavorato è il posizionamento di marca.
Il Como non vuole essere definito solo per i risultati sportivi, ma per un insieme di valori che comprendono eleganza, innovazione, territorio, internazionalità. Una strategia osservata anche attraverso la comunicazione digitale, con la produzione di contenuti social atti a costruire un linguaggio visivo coerente, nel quale il calcio dialoga con la moda e con il paesaggio del Lago.
L’estensione del progetto al turismo rende ancora più evidente questa trasformazione. Attraverso una serie di iniziative dedicate all’ospitalità e alle esperienze sul territorio, il Como intercetta un pubblico che non coincide necessariamente con quello dei tifosi. La partita diventa parte di un’esperienza più ampia, nella quale soggiorno, paesaggio, ristorazione e servizi esclusivi concorrono all’offerta di un prodotto commerciale.
In questa prospettiva, il tifoso non è più l’unico destinatario della comunicazione. Accanto a lui compare il consumatore interessato al marchio, il turista attratto dal Lago, un pubblico internazionale che riconosce nel club un punto d’incontro tra sport e lifestyle.
Un cambiamento epocale nel modo di concepire e gestire una società calcistica.
L’identità sportiva resta fondamentale, ma utilizzata come elemento capace di generare opportunità in settori differenti. Resta da capire fino a che punto questo modello possa consolidarsi.
Il legame con il territorio è risorsa distintiva, ma la trasformazione in valore commerciale dipende dalla capacità di costruire un marchio riconoscibile, dalla reputazione credibile, capace di intrattenere partnership commerciali redditizie e durature.
Il PREZZO DELLA CRESCITA. Ora la sfida è la sostenibilità. È qui che emerge la contraddizione del progetto Como. La crescita sportiva e l’espansione del marchio si accompagnano a investimenti considerevoli, che hanno prodotto risultati di campo ancora da tradursi in equilibrio economico consolidato.
Il bilancio chiuso il 30 giugno 2025 ha evidenziato una perdita di 132 milioni di euro. Si tratta di un dato riferito al gruppo nel suo complesso, comprendente anche attività collaterali come academy giovanili, retail, immobiliare, servizi digitali e turistici, dunque non soltanto la prima squadra.
Il dato va interpretato con cautela. Una perdita d’esercizio non coincide automaticamente con un indebitamento di pari importo e non dimostra, da sola, l’insostenibilità progettuale. Tuttavia, la dimensione delle perdite riflette la distanza ancora esistente tra le ambizioni e la capacità di generare ricavi sufficienti a sostenerle.
Proprio per questo, a maggior ragione, la strategia del Como punta a diversificare le entrate, riducendo la dipendenza dai risultati sportivi. Merchandising, partnership commerciali, turismo e hospitality potrebbero significare nel tempo nuove importanti fonti di ricavo.
Ma perché questo modello si consolidarsi, le attività dovranno dimostrare di essere economicamente efficaci, non soltanto capaci di rafforzare l’immagine del club.
La sfida è dunque duplice: continuare a competere ai massimi livelli, trasformare la crescita sportiva in un asset finanziariamente sostenibile.