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Trent’anni, per chi li ha vissuti dall’inizio: Repubblica a Napoli disse, non tacque!

Repubblica_Napoli

di Paolo Paoletti - La prima squadra di ‘La Repubblica ’ che esordi il 18 aprile 1990. Da sinistra: Emilio Piervincenzi (inviato), Marina Cavalleri, Massimo Mazzitelli, Mario Orfeo, Giovanni Marino, Roberto Fuccillo, Ottavio Lucarelli, Patrizia Capua, Marco Sarno, Paolo Paoletti, Renato Caprile, Ermanno Corsi (corrispondente da prima dell’apertura della redazione napoletana).
Al centro della scrivania Franco Recanatesi (Redattore Capo), alla sua sinistra Antonio Corbo (vice).

Leggere l’ennesimo cambio al vertice, deciso dal consiglio di amministrazione della Gedi che ha perfezionato l’acquisto del gruppo ceduto dalla Cir della famiglia De Benedetti per 102,4 milioni di euro, con Maurizio Molinari nuovo direttore di Repubblica, è stato un moto di rigetto.

Molinari, direttore de La Stampa dal 2016 , al posto di Carlo Verdelli arrivato appena a febbraio 2019, è il quinto direttore nella storia del quotidiano, dopo il fondatore Eugenio Scalfari che lascia nel 1996 (dopo 20 anni), Ezio Mauro, Mario Calabresi e appunto Verdelli.
L’evento non nuovo, ma al tempo stesso decisivo nel panorama editoriale nazionale, mi ha spinto a ricordare come Repubblica arrivò a , come la cambiò, perchè fu un successo da subito. Senza precedenti e purtroppo senza timore di essere superato!

Una banda di cani sciolti che Recanatesi mise insieme facendone una grande squadra. Un arrevuotò della città.
Capace di organizzare la pubblica opinione che evidentemente esisteva anche a ma non ancora stimolata e riconosciuta.

“Non la bevete”, fu il primo titolo liberatorio. Primo di una lunghissima serie, dopo una campagna pubblicitaria di ‘avviso’ ai napoletani, pubblico di quarantenni che aspettava solo questo, ciò che Cesare Garboli deniva “pubblico costituito”, particolarissimo rapporto con i lettori che anche nel ’90 a , 14 anni dopo la nascita romana, faceva di Repubblica qualcosa più di un giornale.

Fu un’irruzione negli equilibrismi de Il Mattino, fedele alla DC, anticipata da domande, interrogazioni retoriche, con una chiara denuncia nale: Repubblica dice, non tace!

“Eugè, più siamo, più belli sembriamo”, immaginava Pasquale Nonno. Dovette ricredersi.

Il 17 aprile 1990 fu giornata indimenticabile: tra tecnici che mettevano a punto il sistema di trasmissione, i computer da allineare, andirivieni di visitatori, via vai di collaboratori già selezionati e aspiranti, amici curiosi.
Dopo una decina di prove svolte in una stanza della Manzoni, esclusivista della pubblicità, con sede in una mansarda di Palazzo Calabritto, il grande giorno era lì: mercoledì 18, vento e pioggia, cronisti pallidi tra le strade i vicoli, le piazze della città, notizie fresche che riscrivono molto del prefabbricato.

era distratta sulla promessa di Francesco De Lorenzo prima sottosegretario, poi ministro della Sanità: alle agenzie aveva assicurato: “l’acqua si può bere”. Uno scandalo che avrebbe attraversato per mesi e bruciato mille miliardi.
A De Lorenzo erano in pochi a credere: nella falda di Lufrano, dalla quale traeva buona parte della sua aentazione attraverso l’acquedotto gestito dall’AMAN, era stata riscontrata una concentrazione oltre i iti di nitrati e manganese, che la rendevano gialla e inquinata.

Quella notte di vigilia molti di noi la trascorremmo insieme, a fare quattro passi che ci condussero in Villa Comunale, dove il richiamo irresistibile di un ‘Supersantos’ uscito dal mio bagagliaio diede vita ad una partitina improvvisata come si faceva da ragazzini.
Da una parte Recanatesi, Piervincenzi, Mazzitelli e Matteo Recanatesi ribattezzato Matteo Talenti; dall’altra Paoletti, Orfeo, Marino e Lucarelli.
Ne uscì la decisione di raccogliere una bottiglietta d’acaua alla fontanina sempre aperta nella parte occidentale della Villa.

Ironicamente proprio nel luogo dove nel 1900 furono allestiti i padiglioni dell’Esposizione Nazionale dell’Igiene. E poco più avanti fu realizzato dal Comune il Circolo del .

Un luogo nobile perchè proprio nella Cassa Armonica di fronte la statua di Gian Battista Vico nel 1924, era stata eseguita in prima assoluta la ‘Turandot’ di Giacomo Puccini per banda. Nessun dorma, nessun dorma… all’alba vincerò!
Epifania di cui ci rendemmo conto alla lettura dell’esame di potabilità, organizzato in gran segreto nelle primissime ore del giorno fatidico!

“Non la bevete”, sconvolse mentre la sera eravamo tutti a Capodimonte tra mille invitati, io a braccetto con Gianni Minà e Franco, Grande Capo, nuovo come una Pasqua, appena trascorsa, ammirato dal falsettone che Mino Campanino (mio nonno, sic) aveva insegnato ad Aurelio erro, intrattenitore scelto per il suo repertorio demodè al punto da risultare persino snob, colonna sonora di emozioni e felicità.

Il titolo fu il primo strappo al smo governativo che imperava a . Ed il Mattino in pochi mesi perse 40mila copie a discapito di Repubblica. Trionfo.

Io venivo da anni di abusivismo al Chiatamone, premiati ‘solo’ con un articolo 2, perchè Pasquale Nonno, direttore con un soprannome da fumetto, mise l’ou-out: “trovati una racndazione o non ti posso assumere”. Una fortuna.
Non ne avevo, distante dalla politica, innamorato di calcio, aspirante sta perchè calciatore mancato dopo un lungo infortunio che mi tenne fermo 6 mesi nel momento decisivo di quella che doveva essere una carriera: periostite a tutte e due le ginocchia, mal curata, dopo un ritiro terribile con la Primavera al Due Palme di Agnano, afdata proprio da quel ritiro a Gianni Di Marzio, sostituto di Rosario Rivellino fresco vincitore del Torneo di Viareggio, unica volta per gli azzurrini, ed emigrato allenatore in prima a Pagani portandosi dietro Pasqualino ore in cambio di Massimo Stanzione ceduto la stagione successiva al .

Il preambolo sul calcio è centrale nella storia di Repubblica , anzi di Repubblica n da quando Scalfari, Sommo Fondatore, selezionava i suoi sti per il talento che emergeva su un campo di calcio oltre che dietro una machina per scrivere.
Eugenio amava giocare a pallone, ma non volle le pagine sportive del suo quotidiano al punto da non uscire di lunedì, quando tutte le attenzioni in edicola erano innanzi per Gazzetta dello Sport e Corsport, a Roma come in tutt’Italia.

Al Corriere dello Sport della famiglia Amodei preferiva rubare sti, più che copie, e fu così che Franco Recanatesi, il mitico sta di ducia della Direzione salì di piano nel palazzo in Piazza Indipendenza, che ospitava sia il Corriere dello Sport, sia il neo quotidiano La Repubblica, diventandone ben presto Capo delle missioni impossibili.

L’ultima, aprire redazione a . Nel regno di Gava, Scotti e poi Pomicino. E del quotidiano di via Chiatamone 65, ancora scottato – nonostante un decennio – dal sogno di Roberto Ciuni il quale nel 1978 ne aveva assunto la direzione per fare del ‘Mattino’ un quotidiano nazionale. Per misurarne l’ardimento dell’impresa bisogna tracciare cos’era il smo a ed in particolare in quegli anni.

Ciuni fu il primo direttore manager dell’editoria italiana. Premiato con la medaglia civile al valore in occasione del terremoto del 1980.
E passò alla storia per il titolo di prima “Fate presto”. Andy Warhol ne fece un’ opera nota in il mondo.
Il Mattino” arrivò a vendere 300.000 copie, record di sempre.
Ma il nome di Ciuni, insieme ad altri esponenti del gruppo Rizzoli, apparve nella lista della P2, loggia segreta di Licio Gelli.

Il direttore del Mattino non venne mai chiamato a testimoniare, né fu indagato, né rinviato a giudizio, né sottoposto a provvedimenti dall’ Ordine dei sti. La sua carriera però ne fu segnata e dovette lasciare il “Mattino”.
Franco Angrisani, successore, affermò invece l’irpinitudine a , marchio dell’aspra terra ricca di intelligenze applicate alla politica, in quegli anni da De Mita, a De Vito, da Mancino a Bianco, tanto per citarne alcuni.

Poi il primo quotidiano del Sud, nel 1985 passò sotto il controllo del barese Stefano Romanazzi (51%), altro feudo DC. E con il ‘barese’, arrivò alla direzione Pasquale Nonno, per effetto di nuovi equilibri democristiani e della ‘corrente del fo’, in riferimento alle origini napoletane dei suoi leader più in vista, Antonio Gava e Vincenzo Scotti.

Nonno fu il mio secondo direttore, dopo Aldo Bovio, glio di Libero, dal quale aveva ereditato la stazza. ero di essere nipote del noto losofo Giovanni Bovio e pronipote dell’avvocato, sta e docente universitario Libero Corso Bovio. Un pronipote, nipote e glio di che di calcio nulla sapeva.

I direttori dei , sopra quelli della EDI.ME, rappresentano la mappa del potere politica in città. Motivo per cui Scalfari decise di aprire , abbinando una nuova sda ai centri di potere e la conquista di nuove fette di mercato nella corsa al sorpasso del Corriere della Sera.
Ma fors’anche la voglia di sviscerare dal suo ‘osservatorio’ la questione più discussa e irrisolta della nostra storia contemporanea, la questione meridionale: problematica di natura economica, sociale, antropologica e politica che corrisponde a una delle principali manifestazioni d’incompiutezza dell’Italia ‘unita’.
I campi principali dell’analisi di Scalfari sono, infatti, l’economia e la politica. La sua ispirazione è liberale di matrice sociale. Ed i suoi articoli spiegano il ruolo della laicità, la questione morale, e più avanti negli anni, la losoa.

Dagli anni cinquanta alla metà degli anni settanta, vent’anni prima di Repubblica , grazie anche all’intervento straordinario dello Stato con la fondazione della Casmez, per la prima volta si registra un dirottamento di risorse da Nord a Sud che no al 1973 produce un parziale recupero in termini di struttura produttiva, Pil e consumi; da società rurale il Sud si trasforma in società terziarizzata.

È questo un periodo cruciale in cui, lo Stato ha per vincere la partita dell’effettiva unicazione; ma non lo fa, sceglie di non affrontare in maniera decisiva la ‘questione’ e di seguire un’altra strada, quella che ci ha condotto ad oggi, in cui la crisi internazionale coinvolge il Mezzogiorno in misura più accentuata sia rispetto all’Italia sia all’: con il divario e la doppia velocità che torna ai primi anni cinquanta.

La mia ‘questione meridionale’ me la giocai tutta il 18 aprile 1990. Recanatesi mi aveva chiesto uno scoop per la prima uscita. Non era facile nel di che si avviava a vincere il secondo scudetto. Braccato da tutti, centimetro su centimetro, sospiro dopo sospiro, notizia su notizia. Incautamente mi scappò che Careca era in silenzio stampa da oltre 4 mesi. Ed ovviamente…

Con Antonio, per me secondo solo a Josè Altani, avevo un buon rapporto. Appena il giorno prima, pasquetta, mi aveva invitato a bere una birra a casa sua. Chiesi ed ottenni in promessa: “quando tornerò a parlare con la stampa lo farò con te”.
Mi giocai il jolly per la prima volta di Repubblica , quel pomeriggio del 18 aprile, freddo e plumbeo; davanti a tutti, Careca provò a ritirarsi, alla ne non ne ebbe il coraggio. Una promessa è una promessa e presenti molti sti, distanti qualche metro, registratore in mano, raccolsi lo sfogo di mesi di silenzi: “Devo a se ho scoperto il mio male. Tornerò quello di sempre, pronto per vincere lo scudetto”.
Careca in prima pagina, fu il primo personaggio positivo della rubrica ‘su e giù’, in opposizione a Silvano Masciari primo ‘giù’, di lì a tre mesi incriminato per aiuto alla camorra in Comune.

Il colpo, mi presentò alla redazione, rassicurò Recanatesi sul mio impegno, sorprese Antonio Corbo rappresentante repubblichino dell’ irpinitudine. Da anni mi deniva il Platini del smo napoletano mascherando dubbi sulle mie effettive capacità nella carta stampata e forse più di obbedienza.

Quella sera dopo aver liberato il ‘pezzo’, pensai a Riccardo Cassero allievo diretto e col di Gino Palumbo. Per anni capo dello sport in Via Chiatamone, dove avevo sognato di sistemarmi smarcandomi ora con un ‘buco’ ai miei amici di sempre Peppino Pacileo (che ne fu felice) Romolo Acampora e Sergio Troise.

Immagino di aver fatto contento anche Franz Guardascione caporedattore del Mattino scomparso da anni, il quale – non avevo ancora diciassette anni – saputo del mio addio al calcio, mi consolò: “appena ti diplomerai al Liceo Umberto, vieni al Mattino, farai il sta sportivo”.
Aveva previsto , tranne il dove.

1 – continua

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