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Sacchi boccia la Juve: Pollicino e i 3 imperativi.

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di Antonella Lamole - La Roma esce dalla Champions; la prossima settimana tocca alla Juve in bilico contro il Bayern Monaco. Arrigo Sacchi coglie l’occasione per una bella coltellata ai bianconeri: “La Juve – dice a LaPresse – è 10 anni avanti a tutte le altre. Il suo limite sono i verbi. Noi al Milan ne ugavamo tre: vincere, convincere, divertire. La Juve ne uga uno: vincere. E’ una debolezza. Si dirà: ‘Ma in Italia continua a vincere’. Io dico: anche il Rosenborg vince sempre lo in Norvegia. Ma ciò che conta è la Champions League e in la fatica”.

Sacchi ha ragione ma il discorso in serie A vale per tutti, anche per l’amico Sarri che cponiuga i verbi convincere e divertire, non quello decisivo: vincere. In Italia è secondo con merito, ma in league – neanche la Champions – è uscito al primo vero ostacolo, ai sedicesimi con il Villa!!!

Sacchi ha poco miele anche per Max , con il quale in tv si becca spesso e volentieri.
“Io divido gli allenatori in tre categorie. La prima è quella che comprende un piccolo drappello di geni, di innovatori, che mettono il gioco al centro del loro progetto. La seconda è quella degli orecchianti che seguono la moda senza sapere un granché. La terza riguarda quelli orgogliosamente aggrappati al passato, che fanno della tattica esasperata il loro modus operandi, ingessati a un solo sistema di gioco. Max è una via di mezzo tra le prime due: è un grande tattico, sa cambiare in corsa, però non deve acnsi solo di vincere”.

Non è un mistero che il tecnico della Juve non faccia parte della ristretta cerchia degli eletti di Sarri. “Stiamo uscendo dalla dittatura tattica del primo non prenderle. Oggi c’è un gruppo di tecnici che porta avanti un’idea diversa di . Chi sono gli eletti? Di Francesco, , Sarri, Paulo Sousa, Giampaolo”.

Sarri che con le sue idee cambiò il Milan e il italiano. Da un po’ è stregato da Antonio al quale consiglia: “Antonio è un autentico fenomeno, deve solo spogliarsi di una certa italianità. Che significa essere più coerente. Il totale non ha molto a che vedere con l’italianità. Io Antonio l’ho visto allenare: ha idee chiare, talento, inventiva. È ora che si tolga di dosso la . Basta giocare con la sindrome di Pollicino addosso: palla a noi, non agli altri”.

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