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Moratti: il calcio non è azienda, sentimento!

Moratti

Nel giorno in cui il Corriere dello Sport pubblica i bilanci della , dove si salvano solo , Lazio, e Juve…Daniele Dallera e Fabio Monti su Corsera, confessano Massimo Moratti che incastra Thohir sui soldi e il dell’Inter: il calcio non è una azienda, i sono i veri padroni!

Sembra l’altro ieri e invece sono passati vent’anni da quando era iniziato una specie di pressing popolare perché Massimo Moratti prendesse in mano l’Inter, che era stata di suo padre e che nel frattempo era scivolata oltre la decima pagina dei quotidiani sportivi, giocava in uno stadio sempre più vuoto, offriva un’immagine un po’ sbiadita di sé. Le due sconfitte nerazzurre a con (11 dicembre 1994) e Lazio (18 dicembre) avevano fatto precipitare la situazione e alla fine era stato ‘costretto’ a dire di sì, con l’avvocato Prisco che l’aveva quasi precettato, incontrandolo il 13 gennaio 1995 in via Pietro Verri, a o.

Adesso che sono passati vent’anni e la famiglia Moratti ha scelto di uscire anche dal consiglio, dopo aver ceduto la quota di maggioranza (15 novembre 2013), c’è spazio per tutto, anche per i ricordi, ma sempre aperti al , perché «l’Inter è un sentimento. Che si trasmette dai alla società ai giocatori e a tutto quello che diventa passione, ricordo, affetto e che ci completa la vita. E sempre con l’idea che c’è domani, perché domani c’è un’altra partita e domani si ricomincia e si riparte».

MANCINI E CANTONA. Il passato, il presente e il di Massimo Moratti, che non smetterà mai di pensare all’Inter, è riassunto da Roberto Mancini, non solo perché è stato l’allenatore con il quale i nerazzurri sono tornati a vincere, ma «perché la prima idea che avevo avuto, nel momento dell’acquisto della società, era stata quella di prendere Cantona e Mancini. Poi Cantona l’aveva combinata grossa, a Londra, me presente, con quel colpo di kung fu al tifoso del Crystal Palace e aveva voluto restare a Manchester e Mancini non era cedibile. Sarebbe stata un’accoppiata fantastica, degna della tradizione dell’Inter, una squadra che ha sempre privilegiato il genio calcistico e che non ha mai soffocato il talento: da Meazza a Wilkes, un giocatore meraviglioso, almeno per quello che mi ha raccontato mio fratello, da Skoglund a Corso, da Ronaldo a Recoba a Ibrahimovic. Ricordo ancora il debutto di Corso, nell’anteprima di Inter-Brasile: al ventesimo dribbling, il suo avversario era uscito dal campo, tanto era frastornato. Altre due volte ho cercato di prendere Mancini; a fine ottobre 1996 era tutto fatto, poi Enrico Mantovani mi aveva spiegato che ci sarebbe stata una sollevazione popolare dei della Samp. E io mi sono tirato indietro».

DA RONALDO A IBRA. Così a giugno 1997 era arrivato Ronaldo «ed è stato il miglior investimento dei miei 18 anni di presidenza interista, perché ci ha aperto il mondo; era fortissimo, irraggiungibile per talento e velocità e nessuno pensava che ce l’avremmo fatta a prenderlo, visto che era del Barcellona». Ma è rimasta una grandissima ammirazione anche per Ibrahimovic: «Ha doti straordinarie, ma soprattutto ti fa vincere. Con noi tre scudetti di seguito. Qualche giorno fa, stavo riguardando la partita con il , sotto il diluvio nel maggio 2008. Ibrahimovic era stato grandissimo, ma non solo lui. Penso per esempio a Balotelli, che giocava all’ala. Mi spiace molto che stia attraversando un periodo così; ha avuto grandi opportunità, ma non è riuscito a raccogliere quanto avrebbe potuto. Si è involuto rispetto a quando giocava con l’Inter». Ibrahimovic era «così trascinante che, dopo l’ultimo allenamento con la squadra in America, prima di prendere l’aereo e di volare a Barcellona per firmare, aveva salutato i compagni dicendo: è stato molto bello con voi, ma senza di me non vincerete più niente. Per fortuna non è andata così».

GLI UOMINI DEL TRIPLETE. Era arrivato Mourinho, l’uomo del Triplete: «Mi ha sempre ricordato Herrera. Grande lavoratore, serio, scrupoloso, sempre pronto a difendere la società. E vincente. Sarebbe potuto tornare a o con la squadra, dopo aver vinto la Champions League, ma nessuno è perfetto. Il bello è che due giorni dopo, era a cena a casa mia. Anche il tipo di organizzazione di Mourinho ricordava quella del Mago, che era veramente unico. Dicevano a papà che gli dava uno stipendio troppo alto e lui replicava: il ha due tecnici, Viani e Rocco, io uno solo che prende come due. Erano spettacolari anche gli allenamenti di Herrera: voleva che si andasse in porta con tre passaggi. Al quarto fischiava e faceva ripetere tutto». C’è chi continua a rimproverare a Moratti di non aver venduto i giocatori migliori e più cari dopo il Triplete: «Non capisco come si possa sostenere questa tesi, nei confronti di giocatori che per noi sono stati fondamentali per anni. Campioni e uomini eccezionali, mai li avrei ceduti, nemmeno Milito, per le parole dette a Madrid. Non avrebbe avuto senso, perché davanti a tutto c’è il bene della squadra. E con tutti loro abbiamo vinto il ».

SOGNO TOTTI. C’è un altro campione che Moratti aveva sognato per l’Inter: Francesco Totti. «Ero a Roma con il presidente Sensi, nel 2007; stavamo chiudendo per Chivu e gli buttai lì: se per caso vuoi cedere Totti, devi solo indicare la cifra. Ma lui senza nemmeno pensarci un secondo, mi aveva risposto: no, Totti resta qui, non lo cederò mai. E aveva ragione, anche se da noi Totti avrebbe vinto il Triplete, perché è un giocatore straordinario, cattivissimo in campo quando ci affronta, ma gentilissimo prima e dopo».

THOHIR, SPENDI DI PIU’ – Da un anno è un’altra Inter: «Non ho mai pensato di essere un presidente a vita e quando ho capito che era necessario cambiare, per ridare spinta alla società, ho deciso di cedere la maggioranza. Thohir è giovane, ha voglia di fare e di fare bene. La sua famiglia ha grandi disponibilità economiche; vuole ndare ed è giusto così. Con mio figlio e con Ghelfi abbiamo lasciato le cariche che avevamo perché si era creata una situazione non molto simpatica. Il silenzio dei dopo le parole di Mazzarri su di me non è stato bellissimo. Ma sono amico di Thohir e questo episodio non ha incrinato i nostri rapporti che restano ottimi. Credo che ormai abbia capito che l’Inter è un club diverso da tutti gli altri. Unico. E vale per tutti: , allenatori, giocatori. I interisti sono molto competenti, ma anche esigentissimi e non contemplano la modestia. Chi segue o fa sport ai massimi livelli non può puntare al decimo posto. Una volta un tifoso per strada mi ha detto: bisogna spendere di più. Aveva ragione. La scelta di Mancini, che è di Thohir e che a me è piaciuta, va in questo senso, così come mi è piaciuto che Mancini abbia parlato del terzo posto come di un obiettivo anomalo».

Quello che Moratti ha capito in tanti anni è che «il calcio non è un’azienda. Non lo è in assoluto e non lo è a maggior ragione nel caso dell’Inter. È giusto rispettare perimetri e parametri, ma l’azienda non c’entra niente, perché non c’è tempo per i bilanci. Ogni settimana o addirittura ogni tre giorni, c’è una verifica e il risultato di una partita conta sempre molto. Non esiste la programmazione a medio o lungo termine. E poi ci sono i , con i loro , le loro speranze, le loro aspettative. Ho sempre pensato che fossero loro i veri padroni dell’Inter. Per questo anche ai tempi di papà, per tutti noi della famiglia, l’Inter è sempre stata soltanto una passione. E proprio per questo guidarla è anche una sofferenza, che va al di là di quella del tifoso, perché ne hai la piena responsabilità. Ma è stata un’esperienza magnifica».
Moratti è stato accusato di aver speso troppo per l’Inter e la moda attuale è tirar fuori i bilanci di questi anni: «Io ho sempre cercato di investire, per tenere il club in alto, perché l’Inter è fatta per restare al vertice e perché o è una città esigente, alla quale devi sempre dare il massimo; ha forza di trascinamento, entusiasmo, progettualità vera e sa offrire grandi opportunità a tutti». È passato un anno dal passaggio delle azioni e a Novella Calligaris, in un’intervista per la Rai del dicembre 2013, Moratti aveva detto: «Troverò qualcos’altro che mi emozionerà». Forse l’ha già trovata, forse la troverà.

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