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L’Avvocato, mito for ever: elegante, viveur, simbolo made in Italy: Fiat, Juve, Ferrari… un vincente!

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di Paolo Paoletti - Il 12 ricorre la sua nascita. E’ uno dei pochi personaggi che avrei veramente voluto conoscere. Una volta sul prato del Filadelfia, Platini me ne raccontò un pezzettino. Ammirato, rapito dal fascino dell’Avvocato, cui incredibilmente ammetteva di essersi ispirato come modello globale. Mi colpiva la vivace semplicità, disarmante nelle affermazioni gentili e nette, di chi sa sempre come va a finire. Un no che ha fatto grande l’, tutti gli ni, anche chi tifava contro la Juventus. Ricordarne oggi il centenario della sua nascita è riportare indietro le lancette dell’orologio della nostra vita, ritrovando coraggio per affrontare il presente, speranza per il futuro.

Ho avuto a che fare con Montezemolo. Versione rampante dell’Avvocato. Non era la stessa cosa, si vedeva. Ma se l’ avesse avuto tanti altri Luca Cordero di Montezemolo, saree certamente migliore. Figlio di una visione della vita, del senso dell’impegno, della voglia di essere vincente.

Grazie avvocato, anche se non l’ho conosciuta. Grazie per aver dato ad almeno 3 generazioni l’orgoglio di essere ni. Orgoglio che purtroppo i giovani di oggi fanno fatica e sentire!

Profilo deciso, l’erre francese caratteristica di famiglia e quel lieve claudicare a seguito di uno spaventoso incidente automobilistico nel ’52, Giovanni Agnelli, per tutti Gianni o l’Avvocato, per distinguerlo dal nonno fondatore della , è stato per oltre cinquant’anni l’immagine dell’, una sorta di modello cui ricondurre tutti i sogni e le passioni ne, non ultima quelle sportive tra Juventus e Ferrari.

Gentiluomo e grand viveur, Gianni Agnelli è stato un emblema di stile, ambasciatore dell’eleganza na nel mondo.  Con il piumino sopra il blazer, le camicie con il colletto ’button down’ e le cravatte sventolate sopra il pullover. Oppure i maglioni a collo sciallato o a coste inglesi indossati allo stadio, gli scarponcini di camoscio anche per le occasioni formali e l’orologio rigorosamente sopra il polsino della camicia.

Un mito, celebrato persino da un quadro di Andy Warhol, che in tanti hanno cercato di imitare. Ma sempre senza riuscirci.

Avvocato era l’Avvocato, una leggenda moderna, un uomo cui era permesso. Non un figurino ‘leccato’, anzi, pareva odiasse l’eleganza troppo accurata. Eppure, faceva moda anche quando si presentava in pulico con un vecchio cappotto grigio con la martingala, o quando indossava giacca e pantaloni scompaginati, di due abiti diversi ma simili. Nonchalance e understatement, piu’ usciva dai canoni e piu’ veniva considerato elegante.

Come quando a New York, nel 1992, durante una serata di gala organizzata dalla , si presento’ con un abito di Caraceni, in pesante lana gessata, di quelle di una volta, forse tirato fuori dal guardaroba di quando era giovane, visto anche che non riusciva ad aottonare la giacca. Il viso sempre aronzato, anche quando il tempo inizio’ a scolpirlo con profonde rughe, la sua disinvoltura seguiva comunque regole precise: mai calzini corti, ad esempio, mai scarpe a punta e capelli portati un po’ lunghi anche quando tutti li avevano corti. Particolari che gli attribuivano un’aria al di sopra del tempo e delle mode, tanto che una settimana prima di morire – nonostante non si vedesse in giro ormai da parecchio – la rivista Vogue lo inseri’ nella classifica dei 50 uomini piu’ eleganti del mondo.

Per mezzo secolo, tutti coloro che si sono posti l’obiettivo di migliorare la propria immagine, di darsi un tono e acquisire una certa classe, hanno cercato di copiarlo in modo piu’ o meno consapevole. Senza pero’ sapere che molte sue abitudini avevano una ragione pratica: lo scarponcino alto, ad esempio, era diventato una necessita’ per i problemi ortopedici causati da una rovinosa caduta dagli sci.

Snobismo, cultura cosmopolita, origini borghesi e grande stile, insomma. Un mix irresistibile a cui era permesso. Anche apparire nudo sulla copertina di un settimanale, mentre si tuffa dalla sua barca. Guai, pero’, a farsi vedere con gli occhiali da vista. D’accordo quelli da sole, ma gli altri mai, tanto che la traccia dei suoi discorsi veniva scritta a caratteri cubitali per consentirgli una lettura disinvolta. La ‘spia’, forse, della preoccupazione di conservare un’immagine sempre giovane ed efficiente a dispetto dell’eta’ e della malattia. Per questo motivo, probabilmente, negli ultimi anni ha centellinato le uscite puliche. Quelle con il bastone a sorreggerlo. Non più giovane, ma allo stesso modo charmante.

VISIONARIO. Per oltre cinquant’anni, dalla plancia di comando della , è stato anche il principale ‘ambasciatore’ del made in Italy, seguendo una ‘ estera’ che spesso ha anticipato quella istituzionale, come quando ‘apri’ all’Urss con la farica di auto a Togliattigrad, o quando nel ’76 permise l’ingresso di capitali libici nel gruppo torinese.

SIMBOLO MADE IN ITALY. Attento osservatore della  e internon solo per gli sviluppi economici, ma anche per gli aspetti sociali, come il nonno era stato nominato senatore a vita. Una carica che sempre ha puntualmente onorato dai banchi di Palazzo Madama, così come non si è mai sottratto, con toni misurati, ai commenti politici. Habituee discreto dei luoghi cult della mondanità inter, ha impersonato anche mezzo secolo di eleganza na, negli austeri saloni di corso Marconi a cosi’ come sul molo di Capri. Ma, per la sua attivita’ in , che ha costituito l’impegno di una vita, Gianni Agnelli e’ stato e resta – per usare le parole del New York Times – soprat ”sinonimo del business no”. Quella dell”avvocato’, infatti, non e’ stata una semplice storia di eredita’ familiare, ma una vera e propria ‘carriera’ vocazionale, che gli aveva fatto conquistare un ruolo ‘carismatico’ al di la’ del peso rilevante delle aziende di famiglia nel sistema economico .

IRRIPETIBILE. Nato a nel 1921, orfano di padre a 15 anni, Gianni Agnelli trascorre una giovinezza sotto l’ombra della figura imponente del nonno. Frequenta la di cavalleria di Pinerolo (a testimonianza del radicamento sabaudo-piemontese della famiglia, e da lui stesso confermato nel ’99, quando, in occasione del centenario della , disse che doveva restare la ”capitale industriale” na), partecipa alla seconda guerra mondiale in Russia e in Tunisia e ottiene una decorazione. Alla entra alla fine del periodo bellico come vicepresidente, quando l’azienda e’ guidata con pugno di ferro da Vittorio Valletta, che procede alla ”normalizzazione” e avvia la produzione di quei modelli di auto popolare che imporranno la casa torinese come vera protagonista della motorizzazione di massa in . Di questi anni, in cui sul piano aziendale compare in secondo piano, si ricordano in particolare eventi privati, come il matrimonio nel 1953 con Marella Caracciolo, e sportivi, come il connubio con la Juventus (di cui Agnelli e’ stato presidente dal 1948 al 1953).

Gianni Agnelli soffrira’ due gravi lutti: prima la scomparsa di Giovanni Alberto, Giovannino, il nipote – figlio del fratello Umberto – scelto per la successione alla , e poi quella di Edoardo, l’unico figlio maschio, morto nel novembre del 2000. Finita l’epoca Valletta, Gianni prende la guida della : nel 1963 diventa amministratore delegato e nel 1966 presidente. E’ in questo periodo, in cui il gruppo sta rapidamente uscendo dalla dimensione per assumerne una mondiale, che Agnelli riesce a imporsi come leader di spicco: tanto nei momenti difficili come quello della grande petrolifera e ‘l’eclisse’ dell’automobile quanto negli anni bui del . E’ proprio in quegli anni che la adotta uno slogan significativo: ”la volonta’ di continuare”, e che Agnelli applica accentuando il suo ruolo nel mondo imprenditoriale.

LA . Dal 1974 al 1976 viene chiamato alla presidenza della Confindustria per rilanciare l’organizzazione, ridare o all’impresa privata e riaprire il dialogo con i sindacati. Chiusa la parentesi confindustriale, l’avvocato torna a dedicare tutta la sua attività alla , dalla quale partono dopo qualche tempo quei segnali che daranno il via ad un cambiamento radicale dell’atmosfera, con la ripresa della capacita’ di governo delle fariche e il recupero di legittimazione sociale del ruolo dell’imprenditore e del profitto industriale. L’immagine di efficienza della , e quella personale di ‘manager’ di Gianni Agnelli – che non si stanca di difendere il capitalismo familiare – marciano di pari passo, in un continuo crescendo. La disponibilita’ al nuovo e l’abilita’ a muoversi al passo con i tempi sono le caratteristiche del binomio Agnelli-: il gruppo torinese e’ all’avanguardia nelle scelte cruciali, come le nuove tecnologie basate sull’elettronica, i robot, l’innovazione; nella ricerca di partnership internazionali (culminata nel 2000 con l’allenza strategica con General Motors), nella diversificazione dei campi di attivita’, pur confermando l’importanza dell’auto. Diversificazione che  ha avuto il suo acme quando, alleatosi con Edf e creando Italenergia, ha scalato Montedison ed e’ entrato da protagonista nel business dell’energia.

FERRARI. Il cuore di Gianni, pero’, e’ sempre stato per l’auto, con la coinvolta nella piu’ grave della sua storia. Cosi’ benche’ malato, e talvolta assente per i controlli medici negli Stati Uniti, l’Avvocato e’ sceso piu’ volte in campo per difendere il titolo e i vertici , ribadendo la bonta’ e l’efficacia dei diversi piani di ristrutturazione del gruppo. E a lui si sono rivolti gli appelli dei lavoratori degli stabilimenti che, mentre al Lingotto si succedevano i vari amministratori delegati, in lui riconoscevano il principale interlocutore, perche’ lui era uno che ”credeva nell’ auto”. E se l’auto l’ha fatto soffrire, l’auto, quella rossa di Maranello, gli ha dato anche le ultime soddisfazioni. L’Avvocato e’ scomparso dopo che la Ferrari, con Schumacher, aveva sbancato negli ultimi due anni la Formula Uno. E con la Juventus, la ‘vecchia signora’ del calcio no che, dopo quattro anni, era tornata a fregiarsi dello scudetto tricolore.

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