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Corioni: Pep, Lucescu, Baggio… addio all’ultimo drago!

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di Marco Bernardini* – Dice il meteo. Ancora una notte di pioggia. Sottile. Fastidiosa. Quella che trapassa e entra dentro a infastidire le ossa più della nebbia che pure della piana è padrona. Poi all’improvviso, passato il tocco, le nuvole prenderanno altre direzioni con il l carico di fine . Il sole illuminerà la campagna. Riprenderà il cinguettio delle uccellini. Suonerà la campana della chiesa di Ospitaletto davanti al cui sacrato il popolo bresciano sussurrerà l’ultimo “ciao Gino”. L’logio della piazza segnerà le ore 15,30 di domani.

Può essere che arrivi anche “El Pep” Guardiola, dalla Germania. Avrebbe voluto esserci Mircea Lucescu, ma dovrà sedersi in panchina, a Donetsk, per dirigere lo Shak contro l’Anderlecht in . Gino capirà. Lui sapeva bene cosa voleva dire la parola lav. Ci saranno, sicuramente, Roberto Baggio e Gigi Maifredi confusi tra la gente. Tante gente. Lo spero proprio. Perché un uomo come Gino oni, nel momento dell’addio , merita davvero un abbraccio persino esagerato. L’ultimo dei presidenti-papà di un calcio che non c’è più ma che, anche grazie agli sforzi estremi di un uomo come lui, ha resistito persino più del dovuto.

Gino detto “il drago”, proprio come il Cerutti della ballata di Giorgio Gaber. Simpatico e genuino lottatore. Il perfetto simbolo in piena sintonia con la “leonessa” bresciana che per ventidue anni fu la sua compagna di viaggio irrinunciabile dal giorno in cui l’imprenditore di Castegnato, insignito con il titolo di Commendatore della Reblica da Sandro Pertini, scese in campo come azionista di maggioranza del Bologna dopo aver “sfidato” Berlus come socio di Giussi Farina al Milan. Otto stagioni e il battesimo del calcio champagne con Maifredi. Ma il cuore era altrove. Nella sua terra. Il Brescia, dunque, che lascerà soltanto un anno e mezzo fa stanco e deluso perché non si può sempre combattere contro i mulini a vento e anche Don Chisciotte ha diritto di dire basta.

Tifosi strani, quelli del Brescia. Difficili da accontene. Evidentemente abituati troppo bene. Anche da Gino che, per coccolarli, estrae dal suo cilindro di presidente dal fiuto dì fine intenditore colpi che non sono buoni soltanto per la scena: Hagi, Baggio, Guardiola, Pirlo. Eppoi Lucescu, Mazzone, De Biasi a dirigere in cabina di regia. Con lui sempre presente, comunque. Presidente padre, per i suoi ragazzi. Presidente fratello maggiore per i suoi allenatori. L’uno e l’altro per il popolo biancoceleste della leonessa che, malgrado i regali di prestigio ricevuti con puntuale cadenza, trovava anche il coraggio di conteslo. E lui rimaneva da cane. Basito e seriamente addolorato al punto da cedere al pianto figlio della rabbia in tribuna senza provare per quel pianto. “Tranquilli, perché chi verrà dopo di me farà sicuramente meglio di ciò che ho fatto io”. Così tentava di consolare collaboratori e amici mente si dava da fare per passare il suo “piccolo gioiello di famiglia” nelle mani di chi ne fosse degno anche sotto il profilo morale. Mi spiace ma, salvo errori e omissioni, non credo ci sia riuscito. Non almeno per quel che avrebbe meritato il Brescia di…oni.

Una famiglia, sul serio. Quella che metteva allegria frequene, appena se ne presentava l’occasione. E quelle non sono mai mancate, neppure a me durante i miei viaggi da “inviato”, perché ci pensava lui a mettere in piedi eventi che “facevano notizia”. Attimi di curiosa esaltazione come il giorno della presentazione di un sedicenne che Lucescu avrebbe fatto esordire in prima squadra. Andrea Pirlo, nientemeno, allora timido come un cucciolo di panda. Ma quella mattina, a Brescia, Gino oni aveva voluto che accanto al giovane emergente ci fosse un altro ragazzo più grande e di già eletto tra i big se, un anno prima, non fosse caduto nella trappola della cocaina non per scelta di doping ma per tene di vincere la straziante solitudine esistenziale. Sospeso e poi ripreso da oni, Edoardo Bortolotti (si chiamava così) a fianco di Pirlo giurò che era guarito. Mesi dopo saltò dal balcone di casa dove abitava con la nonna. Ai funerali il presidente piangeva come un padre disperato.

Esattamente come le sera di un -Brescia che non si disputò perché, con il giocatori già in campo per il riscaldamento, arrivò la notizia che il terzino Vittorio Mero, detto “lo sceriffo” per la sua abilità nel comandare la difesa e che quel giorno era infortunato, era morto a ventisette anni in un stradale. Roby Baggio, dopo essere andato sotto la curva a parlare con i tifosi, radunò la squadra a centrocampo. Tutti si fecero il segno della croce, mentre guardavano in cielo, e poi tornarono negli spogliatoi. Gino oni, intanto, era già in automobile e guidava come un matto per raggiungere il più presto possibile i genitori del povero ragazzo nato a Vercelli e morto sulla provinciale per Rovato. Uno dei tanti figli dell’ultimo dei presidenti-papà che domani pomeriggio, dall’alto e stando al meteo alla luce di un bel sole, osserverà uno a uno tutti i suoi ragazzi arrivati per dirgli “Ciao Gino!”.

* da calcio.com

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