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“Tutti a casa”, da 70 anni rei prigionieri!

8 settembre 1943: dalla festa al dramma

di Paolo Paoletti - Tutti a casa. Sono passati 70 anni, ma continuiamo a sperare che qualcosa accada!

Luigi Comencini ne fece un film. Troppo bello se bastasse. La realtà è sempre più dura e nefasta, chiamando ognuno a scegliere in chi credere.
Settant’anni fa molti s’incamminarono verso Nord, dove si sarebbe costituita la Repubblica di Salò mentre a Sud, dove erano gli alleati, si pensava a ricostruire. Copme sempre una Italia divisa in due: chi grida al , fedele ai propri giuramenti e alle proprie idee…dall’altra, chi resiste cercando di liberarsi dal fascismo tramutatosi in occupazione nazista.

Anche la storia è duplice… alla ‘Storia della Resistenza armata al regime fascista’ l’americano Denzel dedicò un bel libro nel 1960, punto di partenza per lo studio della lotta di liberazione. Ricostruì l’opposizione a Mussolini, dalla dissidenza cattolica degli inizi e dal delitto Matteotti in avanti, il Ventennio fino all’8 settembre e la lotta armata. Per Denzel il 1943 resta uno degli anni più aspri e emblematici della storia italiana, col crollo del fascismo, mesi di fuga e disonore, ma anche orgoglio e riscatto, fine e inizio.

Gasparini e Razeto, due giornalisti, li ricostruiscono con tutti i documenti possibili, gli articoli italiani e stranieri, rapporti ufficiali, materiali storici del nostro esercito e dei ndi alleati, discorsi, lettere, diari di Bottai, De Bono, Ciano… ricordando che il ’43 fu l’anno del 25 luglio, lo sbarco in Sicilia, la ritirata di , le ultime battaglie in nord Africa.
Radici, da cui, nel bene e nel male, germoglia l’Italia di oggi. Ma cosa è cambiato? Dopo 70 anni, oltre 7 milioni di italiani gridano ancora “tutti a casa…”

Fin dall’inizio l’Italia unita procede per fratture, da Porta Pia a Caporetto allo stesso 8 settembre 1943, su cui ci si roga con la memorialistica dell’epoca per spiegare lo scollamento tra le differenti anime del paese: disincanto di massa, perdurante estraneità di larghi settori della società che sono all’origine dei malesseri identitari che ci affliggono da sempre.

Nelle caserme gli ufficiali parlarono alle truppe, le compagnie si sciolsero e, come scrisse Meneghello, le strade si affollarono di “due file continue di gente… di qua andavano in su, di là in giù, pareva che tutta la gioventù italiana di sesso maschile si fosse messa in strada, una specie di pellegrinaggio”.

Erano le otto di sera dell’8 settembre 1943 quando fu dato l’annuncio dell’armistizio dell’Italia con le forze Alleate: l’Italia accese i fuochi, suonò le campane, cantò e ballò persino nelle aie, per strada e nelle piazze in preda a un’euforia che durò poco.

In realtà l’8 settembre fu uno dei giorni più enigmatici e tragici della nostra storia politica, e e militare. E fu anche il giorno delle scelte, delle attese e di una memoria (non sempre condivisa) che protagonisti, più o meno noti, hanno riversato nella scrittura e nella testimonianza, raccontando, in un modo o nell’altro, quello strano giorno in cui la guerra che doveva o sembrava finire, non finì. Lasciandoci ancora prigionieri di “tutti a casa!

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