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Brexit, Ue lascia o raddoppia? GB spaccata, decidono pochi voti.

Final day of referendum campaign before Britains vote on whether to leave the European Union

di Mary Bridge - Seggi aperti stamattina nel Regno Unito dalle 7.00 ora locale (le 8.00 in Italia) e fino alle 22.00 per il referendum sulla Brit, destinato a decidere della permanenza o meno di Londra nell’Ue. Al voto sono chiamati circa 46,5 milioni di elettori. Il quesito è secco: “Il Regno Unito deve rimanere un membro dell’Unione Europea o uscire dall’Unione Europea?”. E le alternative sono due: “Remain” o “Leave”, dentro o fuori. Gli sondaggi indicano un testa a testa.

Due sondaggi dell’ultim’ora, diffusi nell’imminenza dell’apertura dei seggi per il referendum britannico sulla Brit, danno il fronte del sì all’Ue (Remain) in vantaggio su quello del no (Leave): Yougov di un soffio, con il 51% contro il 49, mentre Comres piu’ nettamente, 54% a 46. Poche ore fa altri due istituti avevano invece dato leggermente in testa Leave. I dati di un’ultima rilevazione, di Ipsos-Mori, completata oggi come impone la legge, sono attesi in mattinata.

Gb spaccata al voto, la Brit fa tremare l’Europa (di Alessandro Logroscino) – I giochi sono chiusi, il dell’Europa è ora affidato agli umori e ai malumori dei britannici. Gli elettori sono chiamati a rispondere ‘Leave’ o ‘Remain’ al referendum sull’Ue. Dentro o fuori, tertium non datur, come ha avvertito in queste ore il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker. Le ultime cartucce di una campagna elettorale al veleno, più emotiva che ragionata, sono state sparate. In primo luogo dai due dioscuri-rivali dei Tory: il premier David Cameron, ‘campione’ di Remain, e l’ sindaco di Londra Boris Johnson, l’uomo bandiera dei Leave sui media, ma anche il pretendente ombra alla poltrona di Downing Street.

Cameron, colui che a questo referendum ha aperto le porte per calcoli di interna, ha rivolto i suoi appelli finali in una raffica di interviste sui giornali, ma anche fra la gente nel suo collegio elettorale nell’Oxfordshire e fra i giovani di una , la generazione che potrebbe avere più da perdere dal taglio netto: la Gran Bretagna – ha insistito come in un mantra – è e sarà “più prospera, più forte e più sicura” se resta “in un’Unione Europea riformata”. Ma lui è pronto ad “accettare le istruzioni del popolo”, ha aggiunto.

Lontano mente mille miglia, ma sulla stessa barca di Remain, anche il leader radicale del Labour, Jeremy Corbyn, si è fatto sentire oggi. Per dire no alla Brit a modo suo: “Votiamo Remain per difendere i posti di lavoro e i diritti dei lavoratori”, ha detto, per poi “cambiare l’Europa da dentro”. Il tentativo delle ultime ore dei filo-Ue è stato quello di inchiodare i rivali di Leave – concentrati nelle ultime settimane a cavalcare un dossier ad alto tasso di populismo come quello del nimento dell’immigrazione – alla piattaforma “estremista” di el Farage: il tribuno dell’Ukip, che del divorzio da Bruxelles ha fatto una ragione di vita e che stasera (incoraggiato da alcuni degli sondaggi che indicano un testa a testa, ma con un leggero vantaggio per Leave), afferma di sentire “profumo di ”.

I conservatori euroscettici guidati da Johnson e dal ministro della Giustizia Michael Gove hanno provato al contrario a prendere le distanze dallo scomodo compagno di viaggio e, almeno negli giorni, ad abbassare un po’ i toni: specialmente dopo l’uccisione di Jo Cox, la deputata laburista paladina dei migranti e dell’integrazione europea che proprio stasera, nel giorno in cui avrebbe dovuto compiere 42 anni, è stata commemorata a Trafalgar square, nello Yorkshire e in varie città del mondo in un ca di commosso omaggio alla sua figura e alle sue idee.

Johnson, scendendo dal bus a bordo del quale ha fatto campagna in giro per il regno, ha negato ancora una volta di aver strizzato l’occhio agli slogan dell’Ukip, men che meno di aver aentato un ca “di odio” nel Paese, come gli ha rinfacciato ieri in un ultimo dibattito tv alla Bbc il suo successore sullo scranno di cittadino di Londra, Sadiq Khan, laburista e figlio d’immigrati. “Non è vero, io faccio leva sull’ottimismo riguardo al della Gran Bretagna e della sua gente”, ha ribadito stasera il biondo sindaco: uscire dall’Ue significa solo “riprendere il controllo dei nostri commerci, dell’immigrazione e della nostra democrazia”. Ma alla fine non ha mancato di adottare la medesima parola d’ordine di Farage, invocando il sogno di un “Independence Day” del Regno Unito (“assurdità”, ha replicato Cameron).

I numeri-simbolo degli schieramenti opposti restano intanto due: per Remain le 4300 sterline all’anno che ogni famiglia britannica perderebbe per le conseguenze di un’eventuale Brit; per Leave i 350 milioni di sterline che la Gran Bretagna risparmierebbe alla settimana. Due cifre entrambe discutibili: la prima perché puramente ipotetica, la seconda perché calcolata senza troppi scrupoli al netto degli enormi profitti che l’isola ricava dall’appartenenza al dei 28.

Profitti di cui si mostra consapevole se non altro una parte significativa del mondo degli affari del regno, come conferma l’appello in tremis pubblicato sul Times da 1.285 top manager di altrettante aziende britanniche (1,75 milioni di lavoratori in totale) secondo i quali restare nell’Unione “è buono per il , è buono per l’occupazione, è buono per il Paese”.

Convinzione condivisa fino all’ultimo dai responsabili di istituzioni finanziarie e governi occidentali, incluso Matteo Renzi, autore di una lettera aperta ai britannici sul Guardian. Il meteo prevede tempo di bufera, almeno a Londra. Poi tornerà a splendere il sole, ma non è chiaro su chi.

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