Il campionato italiano è al bivio: non c’è più posto per presidenti improvvisati, incompetenti, che speculano. Serve sempre una idea, anche piccola ma chiara, attuabile con interpreti competenti, e su cui si scommette per un tempo sufficiente a capire se giusta o sbagliata.
La Lazio lo scorso anno chiuse al nono posto, stagione fallimentare sopratutto per la rivoluzione del tifo che l’ha giurata a Lotito e continua a tenere il punto nonostante l’attuale exploit. Guardando all’Aquilotto si potrebbe dire che basta poco: un nuovo allenatore bistrattato per il flop mondiale, un Ds Angelo Fabiani apparentemente ombra di Lotito, cessioni importanti per fare cassa (Gila, Romagnoli, Provedel, Patric, Basic) e chiudere il saldo mercato a 20,70 mln (43 di entrate e 22 di uscite).
Gattuso si è visto arrivare Frattesi voluto da lui, Pinamonti, Sutalo, Gudmundsson, Pedraza, altri minori
E con chi c’era ha costruito una squadra compatta, disposta al sacrificio sopratutto a seguirlo, senza grilli per la testa, testa bassa e padalare. Ha funzionato il richiamo all’identità e la forza del collettivo. Adesso ‘Lotrito’ grida alla Nord che è tutto merito suo. Difficile smentirlo, ma la verità è che la Lazio sta dimostrando che in Serie A basta poco per fare la differenza.
Meno eclatante, perchè ormai nota, ma altrettanto attrattiva è la stagione story del Como, partita anni fa dalla serie D oggi capace di ‘umiliare’ il Manchester United nel piccolo ma funzionale stadio sul ramo del Lago.
Ottima la strada finalmente intrapresa dalla Roma che ha nel suo settore giovanile il ramo aziendale capace di risolvere lacune di budget e di spesa, facendo affidamento su un allenatore esperto, carismatico, ambizioso, moderno.
Le capacità dell’Inter sono arcinote e collaudate da anni visto gli Scudetti, le due finali di Champions League, la partecipazione al primo Mondiale per Club, il progetto stadio, i bilanci a posto con gli ultimi 2 esercizi in attivo, dopo anni di sofferenza ed un management di altissimo profilo con Marrotta uomo di punta a capo della governance voluta dalla proprietà operativa Oaktree Capital Management fondo usa a sua volta controllato al 100% dal colosso canadese Brookfield Corporation. Un modello che può cambiare allenatori senza risentirne, giocatori rinforzando la rosa senza indebitarsi, in un equilibrio corretto e gratificante tra ambizioni e risultati.
Più dubbi propongono invece Milan e Juventus.
Cardinale ha preso personalmente le redini della gestione. Persa la qualificazione Champions ed i relativi incassi, ha cacciato tutti e ripartito da zero. Il profilo di una proprietà che opera forte di un consulente tecnico esterno (Ibra) non ha funzionato e tutti ormai hanno compreso l’importanza del lavoro fatto da Paolo Maldini (scudetto e ripianamento dei debiti) della presenza di una icona della storia rossonera, di una struttura competente e immersa nel territorio. Cardinale ha scommesso anche lui su un allenatore dal gioco brillante e spettacolare. Amorim ha personalità, carattere, una visione forte del gioco del calcio, si sta confrontando con il calcio italiano diverso da ogni altro campionato europeo di livello.
Il neo vero è la Juventus. Negli ultimi anni è diventata un mangia allenatori e calciatori. Il crollo comincia il 28 ottobre del 2022 con le dimissioni del Presidente Andrea Agnelli e di tutto il CdA: il suo vice Pavel Nedved, l’amministratore delegato Maurizio Arrivabene, i membri Laurence Debroux, Massimo Della Ragione, Katryn Fink, Daniela Marilungo, Francesco Roncaglio, Giorgio Tacchia e Suzanne Keywood.
Da allora scandali a parte, risolti dalla giustizia o insabbiati, la Juve non ha più vinto ma sopratutto smarrito la via. Dopo una nuova era ed i 9 Scudetti vinti: 3 da Conte, 5 da Allegri, 1 da Sarri. Alla Juve non è una questione di soldi: John Elkann ha rifinanziato il club con continui aumenti di capitale: circa 500mln in 4 anni. Senza venirne a capo. Si solo alternati Direttori Generali e DS, allenatori e giocatori. Restare fuori dalla Champions è stato aver toccato il fondo, la cui risalita affidata a Spalletti (confermato con molti dubbi) e Carnevali vedremo che frutti darà. Juventus e Ferrari gruppo sportivo, sono i due fiori all’occhiello della Grande Famiglia Agnelli, le cui ricchezze custodite dalla Ekor Spa, cassaforte di famiglia, sono state destinate al finanziario evitando la produzione industriale anche nell’editoria con la cessione del gruppo Gedi.
Il panorama del calcio italiano più rappresentativo offre vari modelli di gestione. Approcci diversi, visioni di ampio respiro, imprinting da cui scaturiscono programmi che convergono su un punto comune: il vero business del calcio non può prescindere da vincere Scudetto e Coppe europee, competere ogni anno in Italia e all’estero, investire costantemente per essere sempre all’altezza degli obiettivi sportivi, le attese della piazza, le ambizioni dei protagonisti.
In questo panorama resta fuori il Napoli. Resta fuori De Laurentis, proprietario della SSCNapoli da 22 anni.
Perchè? Nonostante i 2 Scudetti negli ultimi 4 anni, dovuti a circostante fortuite, l’assenza dal vertice di Milan e Juventus dal 2022, una Inter che ha regalato almeno 1 campionato, la bravura di Spalletti e Conte, il Napoli non ha un progetto di sviluppo aziendale, non ha strategia di futuro, non vede lontano vivendo alla giornata stagione dopo stagione. Diversamente dal cinema dove ogni film è una azienda che si costruisce e disfa nel girno di pochi mesi, il calcio è una azienda impegnativa, atipica, gestita da soggetti di diritto privato ma di enorme interesse pubblico che permette facilitazioni, benefit, cura di interessi personali, attenzioni di cui non gode nessun altro settore industriale.
Il Napoli era una piccola azienda ed è rimasta una piccola azienda. Quando De Laurerntis la rilevò dal fallimento prodotto dalla gestione scellerata di Toto Naldi, fu strappata ‘contra legem’ a Gaucci titolare di un contratto di fitto di ramo d’azienda a 6 milioni l’anno. Contratto già firmato con il curatore fallimentare e disatteso dal Tribunale, proprio nel nome dell’interesse pubblico.
Il Napoli è rimasto quel Napoli: senza strutture, livelli di occupazione minimi e di bassa qualità, un management incompetente e arruffone, 5 DS (Marino, Bigon, Giuntoli, Meluso, Manna + Scala, Romarione, Polito, Di Cesare in 6 anni di Bari, stessa proprietà, stessi metodi, stessa cecità…), 15 allenatori (Vavassori al quale fu strappato il contratto prima di cominciare, Ventura, Reja, Donadoni, Mazzarri 1 e 2, Benitez, Sarri, Ancelotti, Gattuso, Spalletti, Garcia, Calzona, Conte, Allegri), circa 1 miliardo di spese, oltre 4 miliardi di incassi in 22 anni!
Gli stessi soldi spesi da Massimo Moratti in 18 anni di presidenza, che hanno prodotto tra i tanti titoli il Triplete mai vinto da club italiani e solo dal Barcellona nei 18 anni di presidenza morattiana.
La SSC Napoli di Ferlaino aveva 2 centri sportivi (Paradiso e Marianella), aveva capito l’importanza del settore giovanile affidato ad un grande Campione come Mariolino Corso grazie al quale vince il primo scudetto della storia azzurra. Sempre con i giovani aveva avuto il piacere di vincere la Coppa carnevale il torneo più importante e noto in Europa per i settori giovanili. Ha lottato e ingaggiato il miglior calciatore al Mondo (Diego Maradona) nella sua storia colpo di mercato ineguagliabile ma a coronamento di una vocazione all’acquisto di grandi calciatori come Jeppson, Sivori e Altafini, Dino Zoff, Savoldi, Paolo Rossi (che rifiutò), ma anche Primo Scudetto vinto con 8 giovani del vivaio in rosa, bis regalato al Milan, Coppa Uefa e secondo tricolore a fine di un ciclo capace di indicare il modello vincente: base di talenti allevati in casa, campioni di valore assoluto.
Il Napoli di De Laurentis non ha nulla di tutto questo, no stadio, no strutture, no sede, no settore giovanile, no campioni di livello assoluto livello, no grandi sponsor, no merchandising a livello di MIlan-Inter-Juve, non record di botteghino (una volta unica vera risorsa), quindi NO FUTURO.
Ovvero nessun valore aggiunto patrimoniale ma una quotazione da 2-miliardi-2 che non si capisce De Laurentis dove appoggi e sulla base di che. Probabilmente offerto da tempo ae ripetutamente anche ieri l’altro a Gianluigi Aponte in Svizzera. (ma su ciò narreremo nei prossimi giorni).
Cio che il Napoli passato invece non ha mai avuto ma di cui De Laurentis si fregia sono gli oltre 200 milioni cash depositati su varie banche a tutela del suo patrimonio personale che ben si guarda da mettere a rischio per investimento sui calciatori.
Dei 15 allenatori passati da Napoli, solo Conte ha incarnato il sentire dei napoletani: Napoli è Capitale Globale e deve concorrere ogni anno per vincere. Lui ci è riuscito mantenendo fede al ruolo di ‘difensore civico dei tifosi’ ma è dovuto scappare perchè De Laurentis disse che non avrebbe più messo mani al portafoglio con la scusa di una Champions abortita con troppo anticipo.
Impossibile collocare la SSC Napoli in uno dei modelli perseguiti da Inter, Como, Roma. Riconoscendo che il miracolo Lazio-Gattuso come lo stesso Ringhio ammette è dimostrativo non realistico.
Qual è l’idea di competitività di De Laurentis?
Arrivare stabilmente tra i primi 4 o peggio qualificarsi per l’Europa League è la riproposizione in negativo della visione di Corrado Ferlaino, il quale faceva tutto con botteghino e prestiti dalla banche. Con un fatturato da 70 miliardi nelle stagioni migliori.
Oggi chi partecipa alla fase a gironi della Champions incassa 35 milioni di premio fissi tra bonus ingresso e premi di partita (risultato). Altri 65 arrivano di default dai diritti televisivi, mal venduti dalla Lega e tanto basta per dire che De Laurentis non ha mai rischiato 1 euro, a Napoli è diventato ricco e famoso, innanzitutto senza mai dedicarsi perchè fuori dai suoi pensieri un circuito virtuoso tra risultati sportivi e fatturato.
Il Napoli oscilla così tra la necessità di vincere subito e l’assenza di elementi di proprietà (giovani) da integrare per la costruzione di una squadra capace di vincere.
Se guardiamo a tutte le squadre di serie A, tutte hanno calciatori che provengono dai giovani. Gli ultimi Pisilli e Lulli che hanno firmato ls vittoria sul Cagliari.
Ma nell’Inter spiccano tra gli altri Bastoni e Demarco. Nel Milan l’ultimo è Bartesaghi. Como e Roma ne hanno di ogni tipo. Perfino Gattuso può contare su Cataldi e Romano Floriano Mussolini appena andato il gol prima rete in serie A.
A Napoli, Insigne è stato letteralmente cacciato. Vergara ha fatto un giro immenso – come Insigne – che come gli amori poi ritornano. Stop.
Per fermarci alle attuali squadre di alta classifica ma appena sotto Frosinone, Cagliari, Atalanta etc etc vivono di giovani.
Morale. Dopo 22 anni è credibile che De Laurentis voglia vendere. Non ha più niente da spremere. Ha capito che per tentare di rivincire può solo rimetterci. Non ha nessuna voglia di restare oggetto di ardenti critiche di una città che non ha mai amato, un popolo apertamente disprezzato, nessun rapporto con la Napoli che conta, lavora, produce.
Chi ci ha rimesso in questi 22 anni è stato il Napoli ed i napoletani che hanno fatto ricco e famoso un padrone venuto da Roma squattrinato e noto per il cinepanettone, non un film ma strumento di deculturizzazione massima di questo Paese nato nel 1983: Vacanze di Natale, prodotto da Aurelio De Laurentis per la Filmauro.
Anche il Napoli, purtroppo è diventato un pessimo film!