Fragilità è il termine con cui Paolo Crepet spiega gran parte delle debolezze del nostro tempo e dei nostri giovani. Un concetto, secondo lo psichiatra e sociologo, che dice molto anche della narrativa sportiva e del modo con cui seguiamo i nostri atleti preferiti, quasi sempre trasformati in eroi o addirittura in miti – anche in vita – ai quali non concediamo cedimenti e, quando accade, sempre con spiegazioni che sollevano da ogni responsabilità.
Parlando di Jannik Sinner e della sua “capacità di fare i conti con i propri demoni”, Crepet ha svolto una “lezione di vita” rivolta ai giovani e non solo, ospite de “Il tempo delle donne”, festival del Corriere della Sera organizzato alla Triennale di Milano.
Perché Sinner sta simpatico a Paolo Crepet?
Lo psichiatra, nei suoi interventi pubblici, lo presenta come esempio di impegno, passione e costanza.
Lo scorso 11 settembre l’occasione era dedicata proprio al tennista. Titolo: “Sinner, la magnifica ossessione”, incontro dedicato al numero 1 del tennis mondiale.
Nella sua lezione, Crepet è partito dal concetto di fragilità, che riguarda anche un campione internazionale, essendo scoppiato sulla terra rossa del Roland Garros.
Di fronte alle difficoltà di un atleta, però, Crepet fa emergere una reazione sempre troppo legata a una idea di sport che si traduce in prova di forza…
“C’è una risposta del mondo sportivo che, ahimè, è molto maschile. Lo sport è tutto molto maschile, perché tutta questa roba ‘Oddio, si ritira dal torneo’, come se fosse una roba… Perché voi non vi siete mai ritirati da qualche torneo?”.
Crepet insiste: “La vita è un torneo. A volte uno dice ‘Vado negli spogliatoi, non ce la faccio’ o semplicemente ‘Gli altri sono più bravi di me’. Non capisco questa visione goliardica, da eroi che non cedono mai”.
Crepet poi accusa i social network, che trasformano il giudizio in sentenza pubblica: “Con i social va sempre peggio: hanno amplificato la bruttezza delle cose. Perché uno non lo avrebbe mai detto una volta, o magari solo nelle osterie, che un giocatore meglio se non fosse mai sceso in campo. Adesso ci sono i social, che sono come la maionese…”.
Invece, proprio da quando ha mostrato il suo lato vulnerabile, “Sinner mi è più simpatico”, confessa Crepet.
E spiega: “Una persona che lotta con i suoi demoni, così istintivamente, mi è più simpatica rispetto a quelli che i demoni li cancellano, pensando di poterli cancellare. Ho sempre amato chi li affronta”.
La lezione di vita di Crepet tra fragilità e divertimento si dirige poi verso il celebre film di Woody Allen “Match Point”, in cui una pallina da tennis rimane sospesa sopra la rete.
“È una metafora di vita”, chiarendo che la direzione che prenderà, a suo avviso, non dipende dal caso.
“Penso che se la pallina va di là invece che rimanere di qua, c’è sempre un po’ di merito. Cioè, io non sono per la sfiga”.
La nostra vita, secondo lo psichiatra, dipende da come la affrontiamo: “Se va di là o resta di qua dipende dalla forza con cui hai mandato quella pallina, dipende dalla racchetta che hai, quindi dagli strumenti che possiedi, eccetera. Ci credo poco a questa idea abbandonica, per cui ‘Ah, il destino’”.
Crepet lega questa idea al concetto di fragilità, sottolineandone la presenza sempre più ingombrante nel dibattito contemporaneo: “Non ho capito perché la parola fragilità la diciamo tanto adesso e 40 anni fa lo dicevamo pochissimo. E prima eravamo messi peggio da tanti punti di vista, era molto più complicato, ma oggi ci viene più ansia. Quindi c’è qualcosa che è andato storto”.
Crepet al riguardo cita anche lo spagnolo Carlos Alcaraz, osservando con ironia: “Pare abbia un sacco di ragazze perché con l’allenatore precedente non aveva la possibilità di godersi la vita”.
Secondo Crepet, oggi il giovane tennista “si diverte di più”.
Ma paga pegno… “Se ti diverti di più, perdi di più. Infatti ha appena perso”. Sconfitto ed eliminato al recente US Open.
Dietro l’affermazione, la questione riguarda tutti: quanto siamo disposti a sacrificare per raggiungere un obiettivo?
E quanto siamo disposti a rinunciare oggi per ottenere qualcosa domani?
Lo psichiatra risponde con una famosa battuta di Adriano Panatta. In un’intervista, quando Aldo Cazzullo gli fece notare che nella sua carriera “avrebbe potuto vincere molto di più”, Panatta risponde: “Ma mi sarei divertito di più?”.
L’esempio consente a Crepet di chiarire se la vita è una questione di scelte personali.
“Secondo me no, non si sarebbe divertito di più. Se hai una fidanzata non è che vai a dormire alle 9.15 con una camomilla. C’hai quello sbilanciamento con il goderti la vita, che a 25 anni lo puoi e lo devi fare. Anche perché probabilmente 40 anni dopo è più difficile”.
Grazie a Paolo Crepet… ma il tennis ha costruito anche la storia delle donne.
Una data: 20 settembre 1973. Un evento: “The Battle of the Sexes”, l’incontro di tennis più seguito di sempre. All’Astrodome di Houston, la campionessa Billie Jean King accetta la sfida di un ex campione degli anni ’40, Bobby Riggs, sciovinista e scommettitore seriale.
In quella partita la posta in gioco non fu un trofeo ma qualcosa che valeva molto di più: la dignità delle donne nell’America degli anni ’70.
La storia di quella partita divenne la storia di tutte le donne americane e Billie Jean King la concluse giurando…
“Un giorno sarò la migliore di tutti in qualcosa, non so di cosa, ma in qualcosa, la migliore.”
E così fu!