Il doblete dell’Inter ripropone il tema del modello vincente nel calcio italiano.
Vincere nello stesso anno Scudetto e Coppa Italia (dal 2020/21 Coppetta per il taglio della Lega Pro ed il favore alle big di A che giocano solo 5 gare), non è mai stato facile.
Alla Juve è accaduto 6 volte, ma il modello bianconero, lo “Stile Juventus”, che riuscì in queste imprese non esiste più.
Dietro la Juve, all’Inter è capitato “solo” 2 volte (nel 2010 con il triplete di Mourinho e quest’anno).
Precedentemente poterono fregiarsene il Grande Torino (1943), il Napoli del trio Ferlaino-Allodi-Maradona (1987, con 13 vittorie in 13 gare) e la Lazio di Cragnotti, Eriksson e Mancini nel 2000 che nella stessa stagione vinse anche la Supercoppa Europea.
Resta in piedi la domanda: qual è il modello societario che consente questi exploit sportivi?
Quello dell’Inter attuale è il più credibile se in 5 anni i nerazzurri hanno vinto 9 trofei – 3 Scudetti, 3 Coppe Italia e 3 Supercoppe italiane: più di Napoli (3), Juventus (3) e Milan (2) messi insieme – e perso 2 finali di Champions.
Sono 3 infatti i criteri alla base di questa capacità di vincere: competenza, ruoli apicali di altissimo standing, grande attrattività.
Gli ultimi 3 ad andare via dall’Inter sono stati Conte, Lukaku e Inzaghino.
Sostituiti alla grande con prontezza e lungimiranza.
Conte e Lukaku sono tornati in Italia e nel Napoli al primo anno hanno vinto lo scudetto, poi scioltosi nella delusione del secondo anno a -15 dall’Inter, 30° posto su 36 partecipanti in Champions, eliminazione dalla Coppetta Italia ad opera del Como, la Supercoppa Italiana vinta al meglio delle 2 partite contro Milan e Bologna.
Inzaghi ha scelto i petroldollari degli arabi, ma se ne è già pentito, come tanti altri comprati dagli sceicchi.
L’Inter, dal proprio canto, dopo le amarezze per aver perso tutto lo scorso anno (Champions in finale e Scudetto per 1 punto a seguito di una clamorosa fesseria di Bisseck) è ripartita alla grande, per effetto di:
- Un presidente di grandissima competenza e curriculum, come Marotta.
- Un allenatore, Chivu, giovane e talentuoso al primo anno in una big, ma profondo conoscitore dell’ambiente interista con cui aveva vinto il Triplete da giocatore.
- Un corpo squadra fondato sul meglio del calcio italiano: Barella, Bastoni, Dimarco, Frattesi, Pio Esposito.
- Un settore giovanile capace di sfornare talenti già pronti come Esposito e prospetti importantissimi tra i migliori dei campionati Primavera e la nuova Under 23: i centrocampisti Berenbruch (2005, centrocampista erede di Barella) e Topalović (2006), il fantasista Kamaté (2004) e il terzino Matteo Cocchi (2006).
- Un mix tra gioventù ed esperienza che si è autoalimentato alternando: Acerbi e Akanji, Bisseck e De Vrij, Dumfries ed Henrique, Bastoni e Augusto, Mkhitaryan e Susic, Calhanoglu e Zielinski, Thuram ed Esposito, Lautaro e Bonny.
- Una direzione sportiva sempre pronta a cogliere opportunità risolutive, come (tra tutti) il prestito di Akanji e l’arrivo di Bonny. La valorizzazione di acquisti come il portiere Martinez (preso per appena 13 mld) ed il coraggio di puntare su un giovane in attacco cresciuto nerazzurro ma alla prima esperienza importante: Esposito, 33 presenze e 6 reti.
- Mettere mano ai conti, azzerando in 4 anni un forte passivo (con perdite consolidate che nel 2021 superavano i 245 milioni di euro) trasformato nel primo storico utile di +35,4 milioni, approvato nel bilancio chiuso al 30 giugno 2025.
- Puntare decisamente sul nuovo stadio, acquistando insieme al Milan la proprietà di San Siro per 197 milioni di euro: una prima tranche di 73 milioni versata contestualmente alla firma dell’atto di compravendita. Ed un programma di investimenti da oltre 1 miliardo di euro per la costruzione di un nuovo impianto da circa 71.000 posti e la riqualificazione dell’area di San Siro.
- Pianificare le competizioni internazionali (Champions e Mondiale per club) ma soprattutto l’affermazione del brand Inter in Italia e all’estero: scelte che hanno permesso al fatturato dell’Inter di raggiungere la cifra di 546 milioni di euro al netto del player trading (riferito all’ultimo bilancio approvato per la stagione 2024/2025). Ricavi con un +37% rispetto all’annata precedente, record assoluto per un club di Serie A.
Chi ha fatto tanto in così poco tempo?
L’unico club che può essere paragonato non ai numeri dell’Inter ma al trend nerazzurro è il Como con proprietà straniera serissima, oltre che ricchissima, una conduzione sportiva di grande capacità, un presente che si fregia della prima partecipazione in campo europeo ed un futuro di grandissima prospettiva.
A cominciare dalla ristrutturazione dello storico stadio Sinigaglia, indispensabile per giocare in Europa ma pur sempre un tassello dell’obiettivo di fondo: utilizzare il club come base europea per il lancio della piattaforma streaming Mola TV utile alle sinergie con l’impero economico della proprietà.
Flop fatale invece per Napoli, Juve e Milan.
Dove De Laurentiis dal 2004 – senza alcuna visione se non arricchirsi con quanti più soldi possibili – ha cambiato 13 allenatori, affossando anche Conte dopo aver distrutto Benitez e Sarri, Ancelotti e Spalletti.
Alternato continue false ipotesi progettuali tra il provincialismo e l’internazionalizzazione, il faccio tutto io (10° posto) ed l’instant winner imposto da Conte ma durato solo 1 stagione.
Difficile da spiegare, invece, gli anni terribili della Juve che non riesce proprio a riprendersi dalla cacciata di Andrea Agnelli; e quelli del Milan, che pur muovendosi nello stesso contesto dell’Inter, nell’unica città italiana di stampo europeo, e nonostante l’arrivo di Allegri, non riesce soprattutto per incompetenza della governance a ricostruire il Milan che “tremare il mondo ha fatto!”.
Ora, Roma a parte, che sembrerebbe aver appena intrapreso un ciclo virtuoso con Gasperini ma comunque ancora a rischio, Napoli, Juve e Milan sono attese alla stagione decisiva: vincere e far bene soprattutto in Europa (arrivare almeno ai quarti di Champions) o dichiararsi definitivamente inaffidabili.
L’Inter ha mostrato come si fa.
Attendiamo le risposte degli altri.