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Ultimo mito amato da tutti: Gimondi, un campione nell’era di Merckx.

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Aveva voce gentile e gli occhi così grati ai pedali: ci mancheranno i suoi racconti, il suo sorriso, le sue parole.

Ogni volta che ti incontrava diceva… “Salutami tuo papà”. Sapeva che tutti gli ivi di settant’anni tifavano per lui.
Voglio bene a Felice perché poteva essere uno zio per tutti che nell’infanzia attendevano i racconti delle sue imprese.
Si faceva voler bene perché sorrideva sempre e oggi che il sole ha cancellato , resterà indelebile il ricordo di una persona splendida.

Felice Gimondi incarnò il grande ciclismo no vestendo tutte le più maglie più prestigiose: quella Gialla, quando vinse il Tour de France; quella Rosa nei 3 trion al Giro d’; la rossa della Vuelta di Spagna.

Primo alla Parigi-Roubaix e due volte nel Lombardia, dominò una o- da campione del mondo.
Vinse nell’epoca di Eddy Merckx e quando ‘Quello là’ non c’era, con superbo colpo di pedale, si scrollava di dosso gli altri… “Meglio primo senza Merckx che secondo con Merckx”.

Aveva aneddoti grandiosi. Come quando sullo Stelvio, montagna sacra del Giro d’, fu il primo a scalarlo nel 1965 al debutto tra i professionisti, nché la corsa non si fermò a mille metri dal Passo bloccato da una slavina.
“La prima volta che ho fatto il Giro, ero sullo Stelvio coi primi del gruppo quando è venuto giù un muro di quattro o cinque metri di neve. Siamo scesi dalle bici e ce le siamo caricate in spalla per scavalcare la neve e avanzare verso la cima”… roba d’altri tempi e di altri uomini!

Felice Gimondi era un uomo generoso, chiedeva che il suo valore fosse ammesso dai rivali e capito da tutti.
La sua ragione era poche scuse, tanti fatti. Netto, combattivo, come il suo ciclismo. Duro e svelto nell’estetica della strada. Per la sua ampiezza verticale e un dovere di compensazione, piaceva tanto ai grandi autori e cronisti.
Ispirò Gianni Brera, che lo chiamava ‘Nuvola Rossa’ commuovendosi prima di scrivere, emozioni remote e puerili a rendere magica sulla sua Olivetti.

Fu l’ultimo mito di un’epoca in cui il ciclismo era amato da tutti, con un tessuto e e la sua passione identiia. Amaramente, diceva: “Se oggi non è più così, è perché il ciclismo rispecchia la situazione del nostro paese”.

Quando il 29 settembre dello scorso anno durante i mille auguri di buon , confessò: “alle corse non ci vado più, perché ho mal di schiena e soffro a se al palo senza correre in bici!”

Gli amici oggi piangono e ridono: ciao Felice, la del silenzio è piena di te.

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