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Raccontano: come si muore in Italia senza accorgersene!

>>>ANSA/SCONTRO TRENI: UN ORRORE SENZA FINE, I SOCCORSI

“Quel rumore, non lo dimenticherò mai. E poi il buio, i lamenti. Le grida, tante grida. Riesco ad alzarmi, comincio a camminare, mi accorgo che sotto di me ci sono dei cadaveri. Li pesto, vado avanti. Cerco Matteo, mio marito. Urlo il suo nome, ma lui non mi sente. Poi riesco a trovarlo: è incastrato nelle lamiere. Scavo con le mani, cerco di togliergli di dosso quei pezzi di ferro. Alla fine ci riesco, non so neanche io come, e attraverso un buco del treno lo fuori. Restiamo lì, aracciati. Poi qualcuno ci separa e ci porta in ospedale. L’ho rivisto ora”.

Giuseppina Rutigliani accarezza la mano di Matteo Mascoli: stanno insieme da 40 anni e stavano andando a Corato all’istituto dove è ricoverato il l figlio disabile. Dovevano pagare la retta. Ora invece sono ricoverati all’ospedale Bonomo di Andria, assieme ad altri 26 sopravvissuti dello ‘Scontro’. L ce l’hanno fatta, possono raccontare l’incubo che hanno vissuto e l’orrore che si porteranno dentro per sempre, dopo aver visto certe immagini. Ad esempio quelle che descrive con le lacrime agli occhi Enza, l’operatrice del 118 di Corato. “Quando siamo arrivati c’erano pezzi di corpi ovunque. Ad un certo punto aiamo visto una donna che era come ranata su se stessa, con le braccia incrociate sul petto. Ci siamo avviti e aiamo capito: tra le braccia stringeva la sua bambina, ha cercato di proteggerla in tutti i modi. Enza non riesce ad andare oltre, dice solo: “le lamiere, le lamiere l’hanno dilaniate”. Al Bonomo i sopravvissuti li riconosci dallo sguardo perso nel vuoto. Dalla lara che ancora tremano per la . Monica Gigantiello sta andando a fare una tac, ha 24 anni. “Ero seduta di spalle, ho sentito soltanto un boato invadere il vagone e poi mi sono ritrovata a terra. Tra noi c’era un signore che lavorava per il 118 e ci ha salvato, è riuscito a farci uscire”.

Cosa hai visto Monica? “Non voglio ricordare, ma non riesco a mandare via tutte le urla”. Sabino, invece, ricorda. Lui è il figlio del vecchio primario del pronto soccorso dell’ospedale di Andria. “Mai avrei pensato di essere testimone di quello che papà mi ha raccontato tante volte, mai avrei creduto di poter vedere così tanto orrore”. E invece non è andata così. “Per miracolo, sono vivo per miracolo. Non mi ricordo nulla, sono vivo per miracolo” butta fuori con un filo di voce Michele, 35 anni. A lui gli è andata bene, solo qualche ferita lieve. Si aggira per il pronto soccorso come uno zombie, qualcono che è tornato da laggiù. Ognuno di ce l’ha fatta, dicono i medici, è sotto choc. Continuano a ripetere di aver visto decine di cadaveri, di sentire ancora le urla della gente attorno a l. Oppure stanno in silenzio. Samuele ha 6 anni, è in un lettino del reparto pediatria con una serie di schegge di vetro nel corpo.

“Gliele stanno ancora togliendo” dicono i medici che cercano in tutti i modi di proteggere questo cucciolo: era sul treno con la nonna, con cui era in vacanza in Puglia. Tornavano da una gita a Bari. Ora è solo nella stanza: della nonna non c’è più traccia e i genitori devono ancora arrivare da o. L’unica speranza è che non aia visto troppo. E chissà cosa ha visto, cosa ha pensato, Giuseppe Acquaviva. Chissà se ha fato in tempo a pronunciare qualche parola. Perché la sua morte è pura , un maledetto sbaglio. Giuseppe faceva il contadino, era nel suo campo questa mattina. Stava raccogliendo il frutto del suo lav. Poi è arrivato lo schianto, le lamiere che si contorcono, i finestrini che esplodono, i pezzi di ferro lanciati a velocità folle in tutte le direzioni. Uno di questi lo colpisce in piena testa. E’ un attimo. “Non aveva alcun segno sul corpo – raccontano i medici del Bonomo – solo un buco impressionante in testa. Non c’era nulla da fare”. Tranne che inserire il nome di Giuseppe nella lista dei del treno.