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Quarant’anni fa moriva Mao, la sua Cina non esiste più!

China Daily Life

di Paolo Paoletti – Cosa penseree il Grande Timoniere se guardasse la dell’impetuosa crescita, seconda economia al mondo e superpotenza lo scorso fine settimana ad Hangzhou, città essenza della tradizione e cultura millenaria del Dragone, tirata a lucido con 25 miliardi di dollari?

Quarant’anni fa, il 9 settembre del 1976, moriva Mao Zedong, leader della Lunga Marcia, fondatore della Repulica popolare cinese portata allora alla guida dei Paesi del terzo mondo.

In quattro decadi, che paiono un’eternità, resta da chiedersi cosa resti di Mao al quale il governo centrale riconosce meriti nella creazione della Nuova , isolando i suoi errori. All’ apparenza, l’interesse popolare verso “uno dei più grandi padri fondatori” della Repulica popolare non è diminuito “malgrado le dolorose memorie della devastante Rivoluzione Culturale (1966-76) da lui lanciata”, ha rimarcato la stampa governativa pochi giorni, tra cui il Global Times, nato da una costola dell’ organo ufficiale Quotidiano del Popolo. C’è poi la controversa stagione dell’industrializzazione del 1958-62, decisa seguendo l’esempio degli sforzi fatti in Unione Sovietica, causa della carestia responsabile di circa 30 milioni di morti.

Molti, soprattutto tra le generazioni più anziane, lo vedono ancora come una “personalità leggendaria” capace di affrontare militare, , disuguaglianze fino a maturare vera nostalgia di fronte a una società impregnata “dal materialismo all’occidentale” e dalle crescenti diseguaglianze La urbana è irriconoscibile, ridisegnata sotto l’ondata del capitalismo introdotto da Deng Xiaoping nel decennio seguito all’era di Mao: il 1976 è per il calendario cinese “l’anno del dragone di fuoco”, sinonimo di sconvolgimenti radicali.

A maggio, di passaggio a Pechino per il “quinto forum d’alto livello tra partiti politici di e Ue” e per il lancio della Fondazione Silk Road Ark, l’ex Massimo D’Alema raccontò il suo primo approccio, nel 1979, con la nei panni di presidente della , i comunisti ni: “Uomini e donne vestite allo stesso modo e la mattina, nell’unico albergo per occidentali di Pechino, si sentiva un rumore simile allo scorrere dell’acqua di un fiume che invece era causato dallo scorrere di migli di biciclette. Ora è tutta un’altra cosa”.

In Piazza Tienanmen, inaugurato un anno dopo la sua , il mausoleo che ne custodisce le spoglie mummificate è stato meta di milioni di persone, convenute da ogni parte del “continente cinese” per inchinarsi davanti al Grande Timoniere. In occasione delle festività, si toccano picchi medi di 30.000 visitatori, mentre oggi, malgrado il sole estivo, se ne attendono 50.000 a causa dell’evento eccezionale, il base a quanto detto dal servizio organizzato all’ANSA. Manifestazioni si sono tenute in tutto il Paese, come a Tangshan, città della provincia di Hebei, devastata da un sisma sei settimane prima della di Mao.

A Shaoshan, città-a della provincia di Hunan che gli ha dato i natali, il pellegrinaggio alla statua di bronzo alta sei metri va avanti da giorni tra fiori, preghiere e lacrime. Anche qui è arrivato lo tsunami economico: un villaggio rurale si è trasformato in una cittadina di 120.000 residenti, capace di generare un Pil superiore a 1 miliardo di dollari.

L’anniversario della di Mao è anche l’occasione per una riflessione, non troppo gridata, nel Partito comunista sulla direzione che devono prendere le riforme.
Allo stato, la fazione neo-maoista paladina del ritorno all’ uguaglianza spazzata via dalla caduta della stella nascente del boss di Chongqing, Bo Xilai, condannato al carcere a vita nel 2013 per e abuso di , non è una minaccia per il presidente Xi Jinping in vista del congresso del Pcc di autunno 2017. Anzi, il nelle sue mani appare sempre più saldo, al punto da richiamare alla memoria pratiche alla Mao: forte azione accentratice che non risparmia i militari e riemersione convinta di un certo culto della personalità.