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L’altra Scampia, della meglio gioventù.

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di Giorgiana Cristalli - Capelli rasati, alla Balo, felpe colorate, orecchini, sopracciglia curate, sguardo ero e luminoso… orgoliko di essere, di qui…qui e non altrove. E’ la ‘meglio ’ di .
Ragazzi come tanti, coetanei di Ciro Esposito, cresciuti, come lui, in una terra madre e un po’ matrigna, che negli occhi hanno la sfrontatezza della loro età e la voglia di riscatto.

Quaranta di loro, provenienti anche da Miano e Secondigliano, sono stati ospitati a Cascia nell’ambito dell’evento Umbria Best Match – La partita di una vita. Una gita fuori porta per stare insieme, raccontarsi e ascoltare testimonianze di vite straordinarie come quella del pallavolista Giacomo Sintini, che nel volume ‘Forza e coraggio’ ha raccontato come ha battuto il cancro tornando poi nuovamente campione in serie A, o di Annalisa Minetti, campionessa di determinazione, ironia e coraggio, pronta a sdare se stessa per battere il record degli 800 metri alle pme Parapiadi. Ci sono anche Marco Maddaloni, che con la sua palestra toglie dalla strada i ragazzi di e li educa al judo, al rispetto delle , alla disciplina e all’equilibrio (“Non avrei avuto la stessa rabbia, la voglia di emergere e certi principi se fossi nato in un quartiere benestante di ”) e Fabio Salvatore, testimone di una vita punteggiata dalla malattia, dal dolore e dalla perdita del padre per omicidio stradale a cui è dedicato il volume ‘Il tuo nome è Francesco’.

I ragazzi di , ospitati a Cascia dal gruppo Magrelli, sono vivacissimi, ma ascoltano con attenzione, in silenzio, poi aprono il cuore e si raccontano. Uno di loro, Damiano, 21 anni, piange e commuove tutti i presenti ricordando un momento di grande difcoltà delle persone a lui più care e l’insegnamento ricevuto inaspettatamente da un ragazzo autistico, mentre Maira, 29 anni, racconta con emozione che all’oratorio nascono (e niscono) grandi amori come il suo, durato dieci anni.

I ragazzi di uno dei quartieri più malfamati d’, devastato dalla camorra, dalla droga e dall’abbandono, sono, a vederli, ragazzi come gli altri, con l’argento vivo addosso. Le opportunità nella loro terra scarseggiano, manca il lavoro e qualcuno si perde per strada. Ma Gomorra non li rappresenta perchè – dicono all’unisono – non è solo quell’inferno di fango raccontato dalla serie tv. “Troppa paura, troppi pregiudizi, frutto anche di campagne deratorie di chi fa, sottobanco, il gioco della camorra”, dice a muso duro don Aniello Manganiello, fondatore dell’Associazione ‘Ultimi’, impegnato nella difcile battaglia per la lità. “Denunciare è un segnale forte. La gente che vive in queste zone di frontiera non è omertosa, ha paura di parlare perchè non è tutelata, perchè non c’è la certezza della pena”, aggiunge.

Corrono a contatto con la natura, si arrampicano, attraversano percorsi complicati e, soprattutto, sognano. “Hanno intelligenza, intuizione, capacità e sensibilità e nulla da invidiare ai loro coetanei del resto d’”, dice don Aniello.

E a vedere ‘l’oro di ’ in azione si capisce come mai il sacerdote che ha sdato il clan Lo Russo abbia rinunciato alla scorta. Sono questi ragazzi la sua sicurezza: attenti, premurosi, gioiosi, riconoscenti verso chi afanca (e a volte sostituisce) la famiglia, insegnando loro a distinguere che cosa è giusto da ciò che è sbagliato, indicando la strada dei valori, della legge, della vita vera.