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Michele Pini, lascia la Lumezzane per fare l’operaio: Figc vergognati!

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di Paolo Paoletti - Michele Pini, va inserito e citato esempio di malacalcio!
Bandiera del Lumezzane a 29 anni ha lasciato gli ‘scarpini’ per diventare operaio…

Una storia che azzera i dei bambini, quando tutti volevano fare il calciatore.
Michele ha smesso di credere nel calcio. Dovendo rispondere alle responsabilità della vita di tutti i giorni: famiglia, figli in arrivo, futuro…

Ma anche una realtà fatta di stipendi sempre con tre mesi di ritardo, senza certezze, di società che falliscono una dopo l’altra.
In un’intervista all’amica e sempre sensibile Emanuela Audisio (La Repulica) l’ex terzino del Lumezzane – 114 presenze e 1 in Lega Pro – spiega: “Basta calcio, preferisco la farica, è più sicuro”.

Che vergogna per il calcio dei milionari, dei di serie A che si accapigliano per i diritti tivvù, rinnegando la mutualità che significa azzerare il movimento. E vergogna anche per Tavecchio e tutti quelli che lo hanno preceduto in Figc, se in Italia i continuano a fallire: Modena del furbacchione Antonio Caliendo, ed il glorioso Lanerossi di Vicenza, ultimi!

Il mondo del pallone di oggi è “una barca alla deriva. Pure quello minore, non milionario, in C1 dove una volta si vivacchiava anche se non eri ”. L’accusa di Michele è una coltellata all’immaginario di tutti ma che tutti ignorano, girandosi dall’altra parte!

E adesso nel calcio falliscono anche le speranze… Mi stava nascendo un figlio e io in questo calcio non ci ho più visto né l’illusione di promesse, né un pezzo di futuro, ma solo depressione”.

Due anni fa il gesto di Michele Pini, quando con uno stipendio di 1500 euro e ancora 4 mesi di contratto nel Lumezzane ha deciso di mollare .
Oggi è un operaio in una concessionaria di moto a Manebrio, paga sicura – 900 euro – e orari fissi: 7-12 e 13-16.30.
Dice: “Non è stata una decisione facile dopo dieci anni di professionismo. Io sognavo di giocare già da piccolo, ma attorno vedevo altre società che fallivano, altre Lumezzane, con pagamenti in ritardo, con ritiri annullati, dove veniva a mancare . E se a fine mese non ti arriva lo stipendio questo non potevo più permettermelo, visto che al super la spesa la devi pagare, come il dentista e l’elettricista”.

Michele ha mollato, arrendendosi alla tristissima realtà: “Settori giovanili zero. Attenzioni e cure zero. Mio figlio è nato, si chiama Federico, mia moglie Laura fa l’infermiera, e io non mi sento tradito, ma certamente non ricambiato”.

La storia conferma i veleni del calcio: mondo avvelenato dagli interessi di quattro presidentucoli che speculano sulla stupida passione dei si che poco e nulla sanno dell’esistenza di tanti Michele Pini.
Sopra in provincia dove il paradiso non è una palla che rotola ma vita dura da conquistarsi ogni giorno.

Michele è un giocatore storico del Lumezzane, milita nella squadra lombarda più o meno dal 2006, ma all’illusione del mondo del pallone ha scelto la vita dura di una farica di stampi in alluminio.

Oltre il dovuto rispetto per la storia di Michele, va ringraziata Emanuela Audiso per aver raccontato questo spaccato del calcio, cui Faricini e Malagò e chi verrà in Figc devono cancellare. Il calcio torni ad essere uno , un movimento di base in cui vanno privileggiati principi e valori, e la possibilità di vivere una vita normale anche con i proprio di bambino.

il resto è una autorizzata a favore di quattro ricchi ancora scemi e pericolosi per la società. E coperta dai mezzi di informazione!