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Masaniello di Lanus, Diego è stato il più grande ‘straniero’ in Italia! Ecco gli altri 9…

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di Paolo Paoletti - Nel 1982 Platini, nel 1983 Zico, nel 1984 Maradona. Con l’arrivo di , la Serie A divenne il centro del mondo calcistico.
Una folla ami vista lo accolse a Napoli il 5 luglio 1984. Il non era mai stato così: 80mila persone per la presentazione dell’ex stella del Barcellona, che aveva lasciato la Spagna sbattendo la porta, acquistato per oltre 13 miliardi di lire.
Solo per gli incompetenti il fisico di Maradona, 165 cm, poteva essere ritenuto inadatto al calcio italiano: in tà l’argentino era dotato di baricentro basso, forza esplosiva nelle gambe, coraggio… che gli consentivano di resistere agli interventi più duri, usuali in serie A.
Classe inarrivabile, sinistro di Dios, è stato il genio più alto mai visto in Italia.
Leggendario per le giocate sue, ma anche per la leadership: sapeva coinvolgere tutti i compagni che lo adoravano. Ricambiava con i gol: 5 decisivi al Mondiale dell’86 in Messico, dove vinse quasi da solo.
In Messico riscrisse la storia del calcio: con il gol della mano de Dios e partendo da centrocampo, superando 6 avversari, fino a infilare Shilton. Portiere esterrefatto dell’Inghilterra.
Seppe combinare talento e furbizia da capopopolo, diventando il Masaniello di Lanus.
Portò il Napoli dove non era riuscito neanche a Sivori e Altafini: due scudetti storici (1987, 1990), una Coppa Uefa (1989), una Coppa Italia (1987) e una Supercoppa italiana con un clamoroso 5-1 alla Juventus (1990).
Metà bacheca azzurra è legata al nome di Maradona che nel Napoli ha segnato 115 gol in 259 partite prima di lasciare l’Italia nel 1991 per la squalifica per doping. E l’inchiesta della magistratura su droga e prostituzione incentrata sui Giuliano clan di Forcella.

Da quando nel 1980 si riaprirono le frontiere in seguito allo scandalo per il calcioscommesse e gli arresti in campo dei calciatori,a La Figc decise di riaprire all’arrivo di giocatori stranieri, bloccato dopo lo sfacelo ai Mondiali del 1966 in Inghilterra e la vergogna per l’eliminazione da parte della corea con il gol di Pak do Ik.

Ecco gli altri 9 campioni stranieri che dagli anni 80, hanno giocato in Italia, ponendo il calcio italiano al centro degli interessi mondiali
ed ai club italiani un potenziale nuovo, diverso, vincente!

2. MICHEL PLATINI:. “Lo abbiamo preso per un pezzo di pane: ci abbiamo aggiunto molto caviale ma se lo è meritato”. Questa frase di Gianni Agnelli riassume il quinquennio di Michel Platini alla Juventus. Quattro stagioni a livelli siderali, l’ultima – sottotono – anticipò il ritiro. Platini vestì il bianconero il 30 aprile 1982: il presidente Giampiero Boniperti lo soffiò all’Inter e si assicurò per 250 milioni uno dei calciatori europei più forti del dopoguerra. Con la maglia della Juventus “Le Roi” ha disegnato gioco e lo ha finalizzato, per quella sua qualità di essere calciatore a campo: ad assist millimetrici univa dribbling mai vanitosi ma sempre utili allo sviluppo dell’azione; a lanci perfetti combinava una freddezza sotto porta non immediata per un “10”. Il francese, in maglia juventina, ha siglato 104 gol in 223 partite, riuscendo per tre volte nella doppietta classifica cannonieri-Pallone d’Oro. In nazionale non vinse il Mondiale ma ha complessivamente izzato 41 reti in 72 presenze. Strepitoso l’Europeo 1984: segnò in tutte le gare, per un totale di nove centri in cinque gare.

3. ZICO. “Zico o Austria”, era scritto su uno dei cartelloni portati in strada dai si dell’Udinese nell’estate del 1983. Era soprannominato così Arthur Antunes Coimbra, uno dei calciatori tecnicamente più dotati della storia. In quell’anno era probabilmente il più forte del mondo e fa impressione che ad accaparrarselo fosse stata l’Udinese, squadra di medio-bassa classifica. Ma la Serie A degli anni Ottanta rappresentava l’Eldorado del calcio: sembrava possibile e ogni campione voleva trasferirsi in Italia. Fu un trasferimento travagliato: il presidente della Figc Federico Sordillo lo vietò inizialmente ma si arrese davanti alle pressioni popolari. Addirittura il presidente della Repubblica Sandro Pertini appoggiò la protesta, mostrandosi interessato a vedere in Italia campioni come Zico e Cerezo (trattato dalla Roma). Il numero 10 brasiliano, soprannominato anche “Pelé bianco”, era un fuoriclasse capace di mettere piedi fatati e dribbling al servizio dei compagni, soprat nel primo dei due anni in Friuli. Nel 1983-84, non fosse stato per un infortunio a fine stagione, avrebbe vinto il titolo di , lui che non era un attaccante. Ma trasformava una punizione in rigore, al punto da accorgersi, durante un allenamento a Udine, che la traversa di una porta fosse più bassa dell’altezza regolamentare. La colpiva sempre, ma in tà erano tutti gol. Reti che in Italia si sono viste, eccome: con l’Udinese il “Galinho” è andato a segno 30 volte in 54 partite.

4. MARCO VAN BASTEN. Sul finire degli anni Ottanta la Milano calcistica si abbellì per dominare la scena italiana e internazionale. Sulla sponda rossonera del glio approdò un 23enne di belle speranze: aveva segnato 128 gol in 133 partite con la maglia dell’Ajax. Ma si poteva pensare che il campionato olandese fosse troppo di manica larga con gli attaccanti. Berlus si tolse ogni dubbio e pagò 1,75 miliardi di lire per acquistare, nel 1987, Marco van Basten. Si tratta di uno degli attaccanti più forti di ogni epoca: un ballerino di danza classica alto quasi uno e novanta e in scarpe da calcio; tecnicamente eccellente, abile con entrambi i piedi, sapeva vestire i panni del 10 e del killer d’area. La prima stagione al Milan fu un brutto presagio: per problemi alle caviglie giocò solo nel finale, segnando tuttavia gol determinanti per l’unico scudetto di Sacchi. Con il Milan izzò 125 reti in 201 partite, ma nelle gare in cui ha fatto centro i rossoneri non hanno mai perso. Un dato incredibile. E non sorprende che Capello, nel tentativo di vincere la finale di Champions League del 1993 contro il Marsiglia, lo abbia schierato praticamente zoppo. Non si poteva rinunciare a cuor leggero a piedi che avevano disegnato una parabola come quella che beffò Dasaev nella finale dell’Europeo 1988. Uno dei gol più belli, se non il più bello, della storia. Si ritirò nel 1995, a soli 30 anni, martoriato dalle caviglie e da operazioni inefficaci, ma già dal 1992 aveva chiuso ad alti livelli. Il calcio si è perso il miglior van Basten e ancora non se lo è perdonato.

5. LOTHAR MATTHÄUS. L’Inter invece acquistò dal Bayern Monaco, nel 1988, un tedesco di antiche origini ebraiche, che sapeva fare . E lo sapeva fare benissimo. Il neologismo “campista” è in tà disegnato apposta per Lothar Matthäus, autentico totem degli anni Ottanta e Novanta, capace di reggere per due decenni i ritmi del calcio mondiale. Leader tecnico, temperamentale e carismatico di Germania, Bayern e Inter, mordeva le caviglie del trequartista avversario e capovolgeva l’azione. Spesso segnando, perché era dotato di un tiro potente e preciso. In Italia fu assoluto protagonista dell’Inter dei record (1988-89), mentre l’anno dopo avrebbe conquistato il Mondiale (izzando quattro reti) e il Pallone d’Oro. È, insieme a Gigi Buffon, Antonio Carbajal e Rafa Marquez, uno dei pochi giocatori della storia ad aver disputato cinque edizioni della Coppa del Mondo. Polivalente e spesso usato come libero in difesa, Matthäus ha giocato nell’Inter fino al 1992, totalizzando 53 gol in 154 partite. Poi il ritorno al Bayern Monaco, dove nel 1999 avrebbe sfiorato la Champions League, uno dei pochi trofei che gli manca in bacheca.

6. GABRIEL BATISTUTA. Nel 1991 arrivò a Firenze un argentino con radici italiane, precisamente friulane. Ma Gabriel Omar Batistuta conobbe l’Italia già nel 1989. Disputò il torneo di Viareggio con il Deportivo Italiano e il Newell’s Old Boys (squadra proprietaria del cartellino) lo offrì ai padroni di casa: “Non è un giocatore da Viareggio”, la risposta lungimirante. Infatti avrebbe sfondato in Serie A con la maglia viola, amore di una carriera. Il legame tra Batistuta e la Fiorentina va oltre i gol e finisce per rappresentare la Serie A degli anni Novanta, quella dei tanti fuoriclasse e delle molte bandiere. Batistuta era entrambe le cose: potenza nelle gambe, dinamite nel piede destro, ma anche legame simbiotico con una città. Il gol era il suo pane quotidiano: ne ha izzati 184 solo in Serie A. È il quarto miglior izzatore straniero di tutti i tempi del campionato italiano, dietro Nordahl, Altafini (anche se poi è stato naturalizzato italiano) e Hamrin. Ma i due svedesi hanno “sfruttato” anni allegri dal punto di vista difensivo, mentre l’italo-brasiliano ha disputato 140 partite in più in campionato. Batigol, che per la Fiorentina aveva accettato anche la Serie B, nel 2000 passò alla Roma e vinse lo scudetto da protagonista, piangendo dopo aver izzato un gol contro la sua ex squadra. Sarebbe finito anche all’Inter, nel 2003: quasi una comparsa, ma le caviglie avevano già deciso per lui.

7. ZINEDINE ZIDANE. Esistono animali più diversi tra la farfalla e l’elefante? Zinedine Zidane ha suggerito a tutti di andare oltre le apparenze: anche un “elefante” (definizione di Jorge Valdano) può volare. Alto 185 centimetri, pesava 80 chili, ma appena toccava il pallone partiva il repertorio di Tchaikovsky. La Juventus lo adocchiò nel 1996: si era messo in luce con il Bordeaux ma fallì l’Europeo, e all’arrivo a Torino qualche scettico credette che la società avesse buttato oltre sette miliardi. Nulla di più sbagliato, se si pensa che la Juventus, cinque anni più tardi, ne avrebbe incassati 150 dalla sua cessione al Madrid: con i Blancos Zidane vinse la Champions League e il gol al Bayer Leverkusen (2002) è tra i più belli izzati in una finale. Forse l’intelligenza calcistica più raffinata di sempre, con una sola finta di corpo poteva saltare tre uomini (vedere il gol in Reggina-Juventus del 2000 per credere) facendola apparire come la cosa più semplice dell’universo. Un talento esploso addirittura tardi, ma accecante: nel 1998 vinse Pallone d’Oro e Mondiale da protagonista, nel 2000 guidò i “Bleus” alla conquista del’Europeo, senza contare una Coppa del Mondo 2006 da strabuzzarsi gli occhi nella fase finale e conclusa (insieme alla carriera) nel modo più brutto e teatrale. Non è entrato molto nei tabellini (31 gol in 212 presenze con la Juventus), tuttavia creava i presupposti affinché ci entrassero gli altri: assist, giocate decisive, qualcuna “più divertente che utile” (come lo definì Gianni Agnelli). Ma si guarda il calcio anche per questo. E ora, da allenatore, è magari più utile che divertente: al Madrid se la sono spassata, con tre Champions League consecutive.

8. RONALDO. Dal 1996 al 1998 c’erano tanti ottimi giocatori, pochi campioni e un fenomeno. Anzi, il Fenomeno. Una macchina perfetta, probabilmente la più performante mai vista su un campo da calcio: velocità fuori scala per avversari, un doppio passo che tramortiva anche i più gati e una freddezza da killer dell’area che si opponeva al sorriso fanciullesco. Nel 1997 il presidente dell’Inter Massimo Moratti regalò ai si Ronaldo Luis Nazario de Lima, pagato 48 miliardi al Barcellona. Cinque le stagioni in nerazzurro. Nella prima si guadagnò il Pallone d’Oro, mise a soqquadro ogni difesa di Serie A e fece vincere una Coppa Uefa a una squadra che – oltre a lui – aveva poco altro da offrire, soprat in difesa. Poi tanti infortuni, due gravissimi al ginocchio destro, e l’ che per il Fenomeno è stato valle di lacrime: nel 2000 per il secondo crac al legamento crociato, nel 2002 per uno scudetto perso nel modo più incredibile. Passò al Madrid e, nel 2007, diede uno schiaffo al passato: accettò la corte del Milan e segnò nel derby, con tanto di esultanza provocatoria. In Serie A ha all’attivo 58 gol in 89 presenze, senza conquistare nessuno scudetto. Si rifece con il Brasile, portato in cima al mondo nel 2002 con otto reti in sette partite.

9. KAKÁ. Arrivato in Italia nel 2003 con l’aspetto dello studente universitario, Ricardo Izecson dos Santos Leite, detto Kaká, in tà sul campo aveva molto da insegnare. Trequartista brasiliano di nascita ma europeo di indole e caratteristiche tecniche, Kaká ha fatto le fortune del Milan con 104 gol in 307 presenze. Il punto di forza era certamente la progressione: pochi calciatori sono stati così devastanti in campo aperto e non stupisce che abbia terminato presto la carriera ad alti livelli, una volta che il fisico ha cominciato a calare. Contribuì in maniera determinante all’unico scudetto dell’era ancelottiana al Milan e, fino al 2007, è stato tra i migliori giocatori del mondo: imprendibile in accelerazione, ma il repertorio si estendeva a un gran tiro dalla distanza e una visione del gioco fuori dal comune (abbagliante l’assist per il 3-0 di Crespo nella finale di Champions League 2005). Si fece carico della delusione di Istanbul e nel 2007 fu il principale protagonista della cavalcata milanista verso Atene: grazie a questo successo vinse anche il Pallone d’Oro. Fu l’apice della carriera, passata poi da Madrid (2009-2013), ancora Milano (2013-14), Brasile e Stati Uniti. Il meglio lo aveva ampiamente dato, ma se c’è un giocatore-chiave nel passaggio da un calcio più tecnico a uno più fisico, questo è il brasiliano con l’aspetto da universitario.

10. CRISTIANO RONALDO. Come si accennava, i ritmi del calcio sono diventati più frenetici, anche in campo. Due ci hanno convissuto meglio di tutti: uno, Messi, adegua il gioco a sé; l’altro, Cristiano Ronaldo, ha adeguato il suo corpo al gioco. Il portoghese è l’esempio di dedizione maniacale verso il calcio: l’eccellenza come obiettivo minimo, la leggenda come aspirazione continua. Cinque Champions League tra Manchester United e Madrid, un Europeo storico con il Portogallo e cinque Palloni d’Oro sono solo i trofei più luccicanti di una bacheca sterminata. Nel 2018 la Juventus lo acquistò per 100 milioni di euro (più 12 di oneri accessori): non solo il più costoso trasferimento nella storia della Serie A, ma una dichiarazione di intenti all’Europa, perché chi prende Cristiano Ronaldo avvisa la concorrenza di avere la Champions League nel mirino. Fuoriclasse assoluto, ha segnato il decennio grazie alla rivalità con Messi: quasi nessuna generazione ha potuto ammirare due di questo livello nello stesso periodo. Fisico da atleta superiore, con il passare degli anni ha perso qualcosa in velocità e dribbling ma ha compensato con una cattiveria e un senso del gol raramente rintracciabili in altri campioni. Completo, capace di essere letale con entrambi i piedi e in tutti i modi: punizione, contropiede, acrobazia. Eccellente nel gioco aereo, con la Juventus ha già izzato 53 gol in 75 partite. Solo l’emergenza-cororus lo ha fermato in una stagione – numericamente parlando – ai livelli di Madrid (21 centri in 22 partite di campionato). Vedere lui, Messi e altri campioni ai box fa solo venir voglia di uscire subito da questa pandemia.

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