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L’ispettore e la lettera del 2009: Sisde coprì omicidio Moro! Atti in Procura.

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Ansa – Sul presunto coinvolgimento dei servizi segreti nelle fasi del sequestro di Aldo Moro, il procuratore generale di Luigi Ciampoli, oggi stesso richiederà gli atti di indagine alla Procura di “per le opportune valutazioni”.

“E’ stato impropriamente fatto riferimento alla mia funzione – dice Ciampoli – per riportare opinioni personali di altri. Nel mio ruolo di Procuratore Generale di , informo che oggi stesso chiederò gli atti relativi alla vicenda di cui si parla per l’esercizio di tutti i poteri attribuitimi dall’ordinamento”.
“Tutto è partito da una lettera anonima scritta dall’uomo che era sul sellino posteriore dell’Honda in via Fani quando fu rapito Moro. Diede riscontri per arrivare all’altro. Dovevano proteggere le Br da ogni disturbo. Dipendevano dal colonnello del Sismi che era lì”. Enrico , ispettore di polizia in pensione, racconta la sua inchiesta.

L’ispettore racconta che tutta l’inchiesta è nata da una lettera anonima inviata nell’ottobre 2009 a un quotidiano.
Questo il testo: “Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto, cioè raccontare la su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da ; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente…”.

L’anonimo fornì anche concreti elementi per rintracciare il guidatore della Honda. “Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più”.
Il quotidiano all’epoca passò alla questura la lettera per i dovuti riscontri.
A , che ha sempre lavorato nell’anti, la lettera arriva sul tavolo nel febbraio 2011 “in modo casuale: non è protocollata e non sono stati fatti accertamenti, ma ci vuole poco a identificare il presunto guidatore della Honda di via Fani”.
Sarebbe lui l’uomo che secondo uno dei testimoni più accreditati di via Fani – l’ingegner Marini – assomigliava nella fisionomia del volto a Eduardo De Filippo.
L’altro, il presunto autore della lettera, era dietro, con un sottocasco scuro sul volto, armato con una piccola mitraglietta.
Sparò ad altezza d’uomo verso l’ingegner Marini che stava ‘entrando’ con il suo mo sulla scena dell’azione.

“Chiedo di andare avanti negli accertamenti – aggiunge – chiedo gli elenchi di Gladio, ufficiali e non, ma la “pratica” rimane ferma per diversi tempo. Alla fine opto per un semplice accertamento amministrativo: l’uomo ha due pistole rearmente dichiarate. Vado nella casa in cui vive con la moglie ma si è separato. Non vive più lì.
Trovo una delle due pistole, una beretta, e alla fine, in cantina poggiata o vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 con il titolo ‘Moro rapito dalle Brigate Rosse’, l’altra arma”.

E’ una Drulov cecoslovacca, una da specialisti a canna molto lunga che può anche essere scambiata a vista da chi non se ne intende per una piccola mitragliatrice.
insiste: vuole rogare l’uomo che ora vive in Toscana con un’altra donna ma non può farlo. “Chiedo di far periziare le due pistole ma ciò non accade”.
Ci sono tensioni e alla fine l’ispettore, a 56 anni, lascia. Va in pensione, convinto che si sia persa “una grande occasione perché c’era un colmento oggettivo che doveva essere scandagliato”.
Poche settimane dopo una “voce amica” gli fa sapere che l’uomo della moto è morto e che le pistole sono state distrutte.
attende molti mesi dall’agosto 2012 prima di parlare…poi decide di farlo, “per il semplice rispetto che si deve ai ”.