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L’autore di Skakespeare è Giovanni Florio? Una ficton svela il segreto…

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C’è un mistero intorno al più grande turgo di tutti i tempi. Chi era veramente William Shakespeare?

L’attore di Stratford, venerato dagli inglesi, ma semi-analfabeta, di cui restano un testamento che nulla dice delle opere, e alcuni contratti per prese soldi a usura. Oppure quella lunga lista di possibili alter ego che da 400 anni viene proposta dai quattro angoli della terra: Francis Bacon, il terzo conte di Southampton, persino lo stesso Marlowe?

Negli anni si è fatta strada l’ipotesi che il ‘vero’ Shakespeare sia in tà uno studioso di origini siciliane: John Florio, figlio di Michelangelo, erudito in esilio, scappato all’inquisizione da Messina e nascosto a Venezia e a Verona, prima di approdare a Londra.

Giovanni Florio, noto anche come John Florio (Londra, 1552 – Fulham, 1626), è stato un umanista inglese, nato durante il regno di Edoardo VI, grande lessicografo e traduttore, che si definì “Italus ore, Anglus pectore” “no di lingua, inglese nel cuore” in Queen Anna’s New World of Words (1611) e “An English Man in n” ossia “Un inglese in no”.

Si è fatto il suo nome tra i possibili autori delle opere di William Shakespeare. Questa teoria per alcuni è infondata, in base a nuovi studi bio-bibliografici.

Eppure John nasce a Londra, sfrutta l’immensa cultura classica del padre e viene accolto dal conte di Southampton insieme a un giovane attore, Will di Strafford.

Saranno per molti anni protetti del potente aristocratico, abiteranno lo stesso castello e la ‘’ è presto fatta: l’unico possibile vero autore delle meravigliose opere di Will è John Florio.

Concepire quelle opere senza una cultura classica formidabile era impossibile. Come faceva l’attore a conoscere alla perfezione la toponomastica di Messina (Molto rumore per nulla), Venezia (Il mercante) o Verona (Romeo e Giulietta) o Padova (La bisbetica domata)?

I dui si sono moltiplicati a cominciare dai giudizi di Mark Twain, e poi Charles Dickens, Harry James e persino Freud, comprovati dagli studi più recenti di molti ricercatori ni e britannici: Saul Gerevini, Corrado Panzieri e Giulia Harding.

Il regista Stefano i sta preparando una fiction, prodotta in Spagna, che narra non solo i rapporti tra Florio e Shakespeare ma anche l’incontro tra Miguel de Cervantes e John Florio, avvenuto a Messina mentre il genio spagnolo era ricoverato in ospedale dopo il ferimento nella battaglia di Lepanto.

Anche i condivide la tesi di tre anglisti.

“Non esiste una smoking gun ma una serie stringente di indizi che hanno sostanza di prova. Florio conosce la novellistica rinascimentale na, il greco e il latino che l’attore di Stratford non conosceva. Poi il giallo si infittisce. Conosciamo il testamento olografo di Florio che lascia l’utilizzo dei suoi manoscritti al conte di Pembroke, la cui famiglia ha negato fino ad oggi l’accesso ai manoscritti. Il professor Panzieri ha chiesto il permesso a Tony Blair e alla regina Elisabetta II, ma senza successo”.

Il motivo è presto detto: “Il brand Shakespeare – spiega il regista – per gli inglesi alcuni miliardi di sterline ed è impensabile che vi rinuncino. Persino gli scrittori elisabettiani, contemporanei di Shakespeare fanno riferimento alla possibile frode, ma nessuno poteva sospete che era così fa fare soldi con il teatro.

Fu Giordano Bruno a consigliare Florio e Shakespeare di costruire un teatro più capiente e smontabile, il Globe.

E quando il successo cree a dismisura, dopo la dell’autore e dell’attore, i Pembroke, pulicarono il first-folio, capirono che potevano dare in affitto le opere in l possesso ai kingsman e nacquero così le royalty, il diritto d’autore”.

Quello che è sicuro è che Florio è l’autore del dizionario inglese-no, che regala al vocabolario inglese più di 200.000 nuovi vocaboli, e che la voce “Florio” dell’enciclopedia britannica nel 1880 constava di 25 pagine, 10 anni dopo solo due. Il muro dell’establishment stratfordiano continua a difendersi.

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