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Da Lampedusa a Palazzo Salam, i migranti che abbiamo voluto!

The wreck of Lampedusa Island

di Paolo Paoletti - Cadaveri nei sacchi di plastica, migranti morti nelle acque di Lampedusa. La loro vita si è fermata nella tomba del Mediterraneo, dove il futuro non c’è più.
L’Italia è un parcheggio dell’esistenza dei miserabili del Corno d’Africa.

A Pantelleria oltre 100 morti, rilancia il dramma della vita che non ha valore.
Diciamoci la verità, di questi diseredati non essa niente a nessuno. C’è un’altra verità…l’Italia non è in grado di aiutare nessuno. Neanche se stessa.
Siamo un paese alla canna del gas, la passiamo volentieri a chi fugge dalla morte per incontrarne un’altra.

o, Roma, le 3 gradi città italiane debordano di persone. La Campania è la Regione a più alta densità di cittadini in Italia. E come l’offerta di servizi non è in grado di soddisfare la domanda, la malavita sotterra la civiltà, la legalità, la legge.
Chi s’imbarca nel viaggio della speranza, non conosce legge. Chiede cibo e un rifugio. E poi?
Nessuno può vivere nei campi profughi, sono i lager del Terzo Millennio. E Pantelleria può essere candidata al Nobel per la Pace per come accoglie chi arriva dal mare ancora vivo per entrare in un lager.

L’Europa non esiste: hanno fatto l’euro che circola in tanti paesi, ma di unito non c’è niente. Nessuno affronta il problema della migrazione, un processo fisiologico in un Mondo di pochi ricchi e enorme povertà. Lo abbiamo voluto così, ce lo ritroviamo addosso così.
Tutti si sano per chiedere a chi toccano i derelitti dell’Africa. Nessuno spiega come riciclarli nella vita e europea. In Italia senza migrazione diverremmo un terno in meno in 40 anni. Sarebbe alleggerire il nostro Paese? No, sarebbe portarlo al disastro perchè i nonostante le sofferenze non fanno certi lavori, i vecchi sono abbandonati alle badanti che nessuno può pagare più, la disoccupazione azzera le pensioni.

E’ la coda del cane che non resta mai in bocca. Mentre il mare ingoia corpi senza vita. Ed i ricchi girano la faccia senza .

Teresa Carbone racconta che in Italia c’è un luogo ‘sognato’ nel Corno d’Africa, protetto da una normativa . Chi ci arriva avrebbe diritto allo studio, ad un lavoro, all’assistenza sanitaria, al ricongiungimento familiare, un iter più rapido per la cittadinanza. Invece quelli che arrivano a Roma con un indirizzo in tasca, Palazzo Salaam di Tor Vergata, sono sbattuti in una scatola vetro e acciaio di 8 piani, occupato dal 2006, ex sede dell’università nella periferia sud-est della capitale.
Dividono un solo bagno con altri centin di rifugiati: uomini, donne e bambini, senza acqua, né luce, senza cucine, né letti.

Se chiedete di Palazzo Salaam …nel Corno d’Africa sanno bene cos’è. E’ più noto che in Italia. In Sudan, Etiopia, Eritrea, Somalia chi diventa ‘rifugiato’ lo sa.
Di certo non sa che è la porta dell’Inferno, da cui non si sa come, quando, se si uscirà.

A luglio del 2012, per la prima volta, dopo una trattativa con il Comitato di 8 persone (2 per ogni nazionalità presente), le telecamere sono entrate a palazzo Salaam. Era l’Ansa.
Al secondo piano, l’unico accessibile, il bagno è uno, l’acqua non c’è…le bollette non le paga più nessuno ed i vigili stanno alla larga.
Le brandine sono nei corridoi e chi non ce l’ha si arrangia sul terrazzo, con solo una rete o solo un materasso lercio.

Nel 2012 a Palazzo Salam c’erano 800 rifugiati, 50 bambini. Cittadini del mondo.
L’unica associazione di volontari che si occupa di loro ha denunciato ripetutamente il disesse degli enti locali, quelli che, per legge dovrebbero occuparsi dei rifugiati politici.

A distanza di un anno, i rifugiati sono stanchi dei giornalisti che fanno tante domande ma poi non cambia niente. A Palazzo Salaam la situazione è drammatica: gli ‘abitanti’ sono arrivati a 1.250!

Durante l’estate sono entrati in centin, tanti bambini. Un medico, Donatella D’Angelo volontaria che ogni giovedì va a visitarli, ha curato bambini con ustioni, piaghe, disidratati a causa delle estenuanti traversate in mare, donne incinta e malati. I materassi sulle terrazze si sono moltiplicati, nei corridoi non c’è più solo puzza insopportabile, ci sono rifiuti, sanitari sradicati, panni stesi.

I rifugiati non trovano lavoro perché non hanno cittadinanza, non hanno assistenza sanitaria perché nelle Asl mancano i mediatori culturali e nessuno di loro parlano l’italiano.
La D’Angelo ha denunciato una situazione incandescente: centin di persone in condizioni inumane, senza speranza, cioè quando a chiunque può accadere di tutto.
Un uomo ha tentato il suicidio, le cronache raccontano di risse ne: “Quasi tutti gli uomini che sono qui erano soldati – dice Donatella D’Angelo – uno dei figli di un ex soldato si è chiuso in un ffero, un uomo è stato ferito gravemente con un machete”.

Il Commissariato per i dell’Unione Europea Times Muiznieks ha visitato Palazzo Salaam, ribattezzato Hotel Africa. E’ fuggito stravolto!
Anche la stampa estera ne scrive…Financial Times, New York Times, Herald Tribune. E Ignazio Marino, Sindaco di Roma, mentre il Papa visitava il centro Astalli per i rifugiati, a settembre, è entrato a Palazzo Salaam per il censimento immobiliare per destinare case del Comune anche ai rifugiati.

Intanto nel Palazzo non cambia nulla. Il tempo logora. Dove c’erano porte, oggi ci sono buchi, le tubature saltano, nessuno le ripara, l’acqua si perde nei sotterranei…metafora della vita dei suoi abitanti. In molti non reggono. Offrono sguardi assenti di chi non lotta più.
“Siamo passati dalla guerra, alla guerra fredda”, dice Abdalla Biraddin, 28 anni, scappato dal Darfur.
E vero. Che ne sarà di loro?