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Joachim Low, eroe a 54 anni: perfezionista dal cuore di ghiaccio.

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di Edo Grassi (sportmediaset) – Joachim Loew vince il Mondiale ed entra, a 54 anni, nel museo delle cere del tedesco dove prima c’era posto soltanto per due allenatori, il mitico Sepp Herberger, che aveva risollevato la Germania del pallone dalle maceria della guerra portandola al titolo del 1954, ed il suo erede, l’astuto Helmut Schoen, campione del mondo nel 1974 a Monaco di Baviera.

Ovviamente è la notte del Maracanà a fare l’ultima differenza, ma per lui garantiscono gli otto anni di lavoro, una volta assunto l’incarico dopo l’addio di Juergen Klinsmann, di cui era il secondo, al Mondiale del 2006, quello del sogno tedesco spento dalle reti di Grosso e di Del Piero in seminale. Da subito ha imposto una coerenza ed una trasparenza, di metodo e di scelta, che resta il suo personalissimo marchio di fabbrica insieme alla camicia scura, senza cravatta, ed alle maniche arrotolate.

L’ipotesi di lavorare intorno ad un telaio collaudato che potesse dare una continuità tecnica nel tempo (Neuer, Lahm, Hummels, Schweinsteiger, Thomas Mueller, gli assolutamente intoccabili) doveva trovare sbocco in un modulo (il celebratissimo 4-2-3-1) diventato il credo di tanti club in , a cominciare dal campione d’. Ma coerenza non vuol dire integralismo, semmai voglia di riconsiderare le proprie idee alla luce di nuove proposte, magari vincenti. Ecco perché Loew ha accettato con grande disponibilità, nell’ultima stagione, i suggerimenti tecnici e tattici offerti dal ‘guardiolismo alla tedesca’ del nuovo Bayern anche no alle estreme conseguenze: tikitaken (anche se meno accentuato rispetto a quello del maestro catalano), spostamento di Lahm davanti alla difesa e attacco senza punto di riferimento centrale col ‘falso nove’. Idee subate dal 4-0 al Portogallo ma riviste dopo il pareggio con il Ghana che, insieme alla faticosa qualicazione agli ottavi, a spese dell’Algeria, avevano scatenato la stampa tedesca contro Loew ed il modello di gioco della Nationamannschaft, oltretutto meno spettacolare rispetto al passato, bello da ricordare anche se poco vincente. Il cittì della Foresta Nera allora ne è uscito vincente alternando le due soluzioni di gioco, con il ritorno spesso e volentieri di Lahm sulla fascia, il di Klose (unico attaccante di ruolo della Germania in Brasile) e l’utilizzo versatile del fenomeno Thomas Mueller che può muoversi su grandi spazi.

E poi a Loew dev’essere riconosciuta la capacità di saper correggere la partita strada facendo, come visto in nale quando ha inserito gli uomini vincenti Schuerle e Goetze: i contrattempi tecnici dell’ultimo momento lui li sa risolvere bene, se è vero che era arrivato in Brasile con un problema terzino (diventato poi drammatico per l’infortunio anche di Musta) e subito dopo aver perso Reus, probabilmente il più talentuoso dei tresti. Non è un caso se questa Germania, anche nelle versioni sperimentali, perde pochissimo, anche in amichevole, visto che nelle112 gare da cittì ha vinto 77 volte contro i 20 pareggi e le 15 scontte.

C’è poi un aspetto perfezionista di Jogi Loew che non coinvolge soltanto gli aspetti tattici, che comportano l’utilizzo di agende strapiene di annotazioni, ricchissimi database provenienti da tutto il mondo ed occhialini a 3 dimensioni per studiare ‘in profondità’ i movimenti dei giocatori in . Lui vuole avere voce in capitolo sulla logistica dei ritiri della , sull’aentazione dei giocatori, sulla lunghezza dell’erba del campo di ; passa per un incontentabile, in realtà non concepisce la supercialità, nemmeno nei dettagli. E non è un dettaglio se la Feder tedesca gli aveva appena allungato il contratto di due anni, no al pmo Europeo, a prescindere dal risultato in Brasile, un atto di ducia ma a anche e soprattutto di ottimismo.