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Italia Campione bis a Parigi, onori a Pozzo Cittì!

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di Paolo Jr Paoletti - La Francia ospita il terzo Mondiale della storia. E l’ si conferma campione: 1934 e 1938, nel mezzo l’ ai Giochi olimpici del 1936 a .
In cima al mondo gli azzurri fanno . Da “favorita dagli ” (1934), l’ per la stampa internazionale diventa la “favorita perché è la migliore”.
Del Mondiale precedente restano solo due giocatori: Meazza e Ferrari, oltre al ct Vittorio Pozzo.
La finale a Marsiglia, il 19 giugno: -Ungheria 4-2.

DAS, LA FINALE, I BIGLIETTI AEREI. L’ era la squadra favorita. Il Brasile era una squadra di talenti, uno su tutti: “l’homen de borracha” (uomo di gomma) das che sarà il capocannoniere del torneo (8 ), ma in semifinale contro gli azzurri – per nostra fortuna – non giocò. Dicono per scelta tecnica, tanto i brasiliani si sentivano superiori agli azzurri. Dicono anche no, sono sciocchezze, l’uomo di gomma ne aveva prese troppe di botte nelle gare precedenti e la sua capacità di assorbirle (di qui il soprannome) era esaurita.
Tant’è. das per i brasiliani era anche il “Diamante preto” (Diamante Nero), l’uomo che “gioca con la Bibbia del sotto il braccio”.
La sua assenza, e non solo la sua nelle file del Brasile in semifinale, in un certo modo ci favorì: 2-1, di Colaussi e Meazza, in finale. Con viaggio in treno verso Parigi visto che i dirigenti del Brasile, che già si erano garantiti i biglietti aerei, rifiutarono di cederli ai dirigenti dell’, che il giorno prima ne avevano fatto richiesta nel caso “dovessimo passare noi azzurri”. “Voi? E come potete contro di noi?”.

L’ELASTICO DI MEAZZA. Sempre su -Brasile 2-1, una storica scena: protagonista l’elastico dei pantaloncini di Giuseppe Meazza mentre si accinge a battere il rigore del possibile 2-0. L’elastico si allenta all’improvviso, mentre l’azzurro è a metà della lunga rincorsa e non c’è altro modo per risolvere il problema: una mano resta libera per garantire l’equio della corsa e del da dare al pallone, anandolo il giusto; l’altra va a reggere i pantaloncini perché -goffamente- non cadano mandando in frantumi l’occasione da e per non far scoppiare una risata da stadio. Fra lo stupore dei tifosi presenti e lo sguardo allibito del portiere avversario, Meazza non sbaglia l’esecuzione dando una formidabile carezza al pallone che si insacca. Cosa dire? “Il giocatore più geniale della storia del no”, così lo definì Gianni Brera, un giorno dirà che “il pallone è la cosa che amo di più: perché dovrei trattarlo male?”. L’elastico dei calzoncini non poteva avere la meglio.

ECCO IL CATENACCIO. C’è il catenaccio che va a sistemare i suoi primi cenni di storia della tattica, restando – fra le tanti varianti – la costante anche oggi di squadre che adottano la difesa del “tutti dietro la linea della palla”. L’alba del catenaccio la si deve a un fine studioso, inventore di : il commissario tecnico Vittorio Pozzo. Che dal ’34 al ’38 aveva visto mutare la qualità tecnica e fisica dei nuovi azzurri: meno adatti all’, più votati al tocco raffinato. Di qui la necessità di riservare alla fase difensiva rinforzi di uomini e posizioni, lasciando agli scattisti il compito di occupare i vuoti nella metà campo avversaria. Quel catenaccio -in fondo- era anche il “padre” del contropiede (oggi ripartenza), del quale non si conoscevano i termini, ma di sicuro si conosceva l’idea. Per dire che nel non si inventa quasi niente: si rielabora.

VITTORIO POZZO. Due Mondiali da ct nella Storia del li ha vinti solo un tecnico: Vittorio Pozzo. Con un olimpico nel mezzo (conquistato da Pozzo nel ’36), poi, la figura di un ct diventa -a maggior ragione- leggenda. Ebbene, Pozzo severissimo e paterno maestro di di almeno quattro generazioni di calciatori, per 20 anni ct azzurro fino al 1948, nato nel 1886 e morto nel 1968, ha trascorso i suoi ultimi vent’anni facendo quel che più gli piaceva (il giornalista sportivo, con impeccabili resoconti di partite che erano trattati tecnico-tattici), e conoscendo gli alti e i bassi della sua meravigliosa avventura: fra chi gli rinfacciava trascorsi col e lo voleva quasi dimenticare e chi lo considerava per quello che era, una grande figura da onorare, un uomo libero e lontano dalla ribalta. Torinese, piemontese e coi colori granata del Grande Torino che gli riempivano il cuore, Pozzo -oggi, a 50 anni dalla morte- ha conosciuto la giusta e piena riabilitazione, che è poi la normalità del tributo che gli si deve. Lo scorso febbraio, una delegazione della Figc guidata da Costacurta, si è recata a Ponderano, nel Biellese, dove Pozzo è sepolto e dove ha sede il museo a lui dedicato. Un atto che completa il percorso che la Feder ha scelto intitolando a Pozzo lo stadio di Coverciano, che è l’Università del no. «Finalmente mio nonno, dopo tanti anni di silenzio, sta ricevendo il giusto onore -ha detto il nipote di Pozzo-, è una storia d’altri tempi, unica, che va raccontata a tutti i ragazzi».