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Il 22 giugno, io c’ero: quando la storia si vive e non si capisce.

Diego Maradona - La mano de dios

di Paolo Paoletti - Il 22 giugno 1986 ero allo stadio Azteca di città del Messico, un privilegio.
Assistere da vicino alla ‘mano del diavolo’ e al ‘sinistro di Dio’ che segno il del secolo, significa essere stato protagonista della storia, perchè in Messico ci andai per scrivere il diario segreto di Diego . Che sto ricostruendo in un libro, tra cronache d’epoca, retroscena, giochi di che l’ Bin Nasser sintetizza nell’aver seguito le ‘consegne’ alla lettera!

Dotchev, un bulgaro, convalidò il primo di Diego che io vidi subito segnato con la mano, gridandolo ai microfoni di ‘Tutto il calcio minuto per minuto’ che raccontava la diretta della partita in tribuna stampa proprio alle mie spalle.
Diego non c’entra, tirò fuori dal cilindro uno dei pezzi più noti del suo repertorio di Pibe. Ed è proprio su questo che il libro che sto scrivendo indaga: la statura del Pibe, il mito del genio che si fa messia, celebrando tutti i segni del destino, fato che cambia la storia degli uomini inconsapevoli, utilizzando accompagnano il disegno deciso altrove.

Il 22 giugno è una data che il mondo del calcio non dimenticherà, il giorno che Diego ha fissato segnando la rete più bella della storia: -Inghilterra, di finale di Messico ’86. Ma anche il giorno in cui il calcio ammise ancora una volta che per un’impresa umana serve la volontà degli Dei, delle idee che attraversano come un lampo la nostra mente. Ergendoci a giudici della storia, oltre la storia. Al tempo stesso il giorno in cui la storia mise insieme bene e male per vincere con la forza di quanto deciso tanto in alto da vedere chiaramente e non capire!

I 3 minuti più incredibili della storia: al 51 il trucco più baro e al tempo stesso affascinante… la Mano de Diablos.
Diego si giocò gli Inglesi e ol mondo o con quel pugno camuffato da colpo di testa.
Ma solo 3 minuti dopo, El Pibe si lanciò nel driling più famoso di tutti i tempi: Beardsley, Reid, Butcher, Fenwick, e ancora una volta Butcher fatti fuori come se non esistessero, prima di presentarsi davanti a Shilton ultimo disperato baluardo.
Quel è sempre stato ridondante di esagerata bellezza che deriva dal semplice guardarlo e riguardarlo all’infinito, come l’eterno incantesimo.

A narrare quel giorno alla Gazzetta dello Sport, è proprio l’ di quell’incontro Ali Bin Nasser.
“Ricordo tutto di quella giornata e poi ho rivisto quelle scene mille volte: prima solo in tv, adesso su net. Se volete sapere come è andata, vi dico subito che non è colpa mia. In quel Mondiale gli assistenti non erano considerati come adesso, l’ doveva decide­re su tutto. Allora la ci aveva dato un consiglio: se il guardali­nee era meglio piazzato e l’arbi­tro non aveva visto, bisognava prendere in considerazione la decisione del col. Fidarsi di lui. Io avevo dei dui, ma ho vi­sto il guardalinee bulgaro Dotchev correre verso il centro­campo e ho dovuto adeguarmi. Lo stesso ha poi scaricato tutta la colpa su di me? Ho preso 9,4 su 10 nel voto del­la Commissione tecnica della Fi­fa: hanno detto che io, l’africa­no, avevo seguito le consegne al­la lettera.

Non bisogna aggiugere altro, anche lui fu fregato dalla mano di Shilton. Da allora ci siamo scritti: per anni ha ripetuto la verità, ammetteva che la responsabilità era la sua. Poi nel tempo ha cambiato idea, ma so­no sicuro che non sia stato con­dizionato dal fatto che di mezzo c’era : Dotchev aveva personalità sufficiente.

Vi rivelo un segreto: se avessi avuto come collaboratori dei giovani assistenti, mi sarei fida­to della mia sensazione e della mia esperienza. Avrei deciso di annullare. E magari non ci sa­ree stato il secondo . In ogni caso, io ho continuato a fa­re l’ ad alti livelli: sono stato per dieci anni il miglior africano, ho fatto tre finali di Coppa d’Africa.

E anche dopo, ho avuto diversi ruoli nella federazione tunisina e nella Caf”.

Ovviamente caro Alì Ben Masser, ma poco importa se tu non sai perchè andò così!

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