ULTIM'ORA

H-Farm, l’educazione psico-sociologica per cambiare l’Italia.

imgres

Niente più banchi e cattedre, ma mobilità e interconnessione. Più MacBook e iPad per tutti, sin dalle elementari. Spazio a materie come la robotica e l’intelligenza artificiale, ma anche la Magic hour per incontrare i supereroi dei nostri giorni e le Soft skills per diventare manager capaci di leadership ed . Benvenuti a Ca’ Tron, nel Trevigiano, dove sta prendendo forma la scuola del futuro targata H-Campus. Qui sorge ormai da 12 anni H-Farm, culla di start-up e società specializzata nell’aiutare le aziende a riacciuffare il treno dell’innovazione tecnologica. Un’impresa non fa, come ci racconta il fondatore e amministratore deto Riccardo Donadon. In questi anni ha faticato molto per far comprendere la sua creatura – il primo venture incubator al mondo – a un Paese dove l’innovazione è spesso raccontata come folklore, e non come un processo che cambia inevitabilmente il mondo in cui viviamo.

Oggi H-Farm è una tà consolidata e conosciuta a livello inter, ma il suo fondatore e la sua squadra vogliono molto di più: costruire un modello di scuola completamente nuovo, testarlo su qualche migliaio di ragazzi nel nuovo H-Campus e, se funzionerà, earlo progressivamente in altre parti d’Italia.

Nasce con questa visione H-Farm Education, progetto avviato nel 2015 e destinato a diventare sempre più il cuore di H-Farm. “Abbiamo lanciato H-Farm Education due anni fa con l’ambizione di cambiare il modo di fare formazione, dai 3 al 33 anni, dall’asilo fino alla formazione post-universitaria. Abbiamo acquisito delle scuole a Treviso, Vicenza, Bassano e Monza e le stiamo trasformando”, ci racconta Carlo Carraro, presidente della divisione Education, rettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia dal 2009 al 2014. Partendo dal percorso didattico dell’IB program utilizzato nella Scuola Inter, si passa attraverso il Baccalaureate e i percorsi di laurea, fino ad arrivare ai Master di specializzazione.

Massimiliano Ventimiglia, Ceo di H-Farm Education, lo definisce “un modello IB aumentato al digitale”.
Un modello su cui fare ricerca e investire, nella convinzione che anche il mondo della scuola, prima o poi, dovrà intraprendere una trasformazione digitale. “Apriremo una unity per la scuola: una piattaforma, un’area di lavoro mobile first, dedicata alla costruzione di sistemi informativi per le scuole”, ci racconta Ventimiglia.
“Sarà una sorta di OS per la scuola, un grande sistema operativo per la trasformazione digitale. Faremo un recruitment dedicato di design e progettazione, una acceleration call per sviluppatori”.

L’educazione, dunque, come volano per la crescita e il cambiamento della società, ma anche come occasione economica da non lasciarsi scappare. Spiega ancora Donandon: “Su Education il nostro grande obiettivo è sviluppare due piattaforme tecnologiche proprietarie per quanto riguarda la condivisione di contenuti online e la sperimentazione di servizi finanziari innovativi che agevolino l’accesso alla formazione universitaria. L’intento è arrivare a testare queste soluzioni su almeno due-tremila studenti, in modo da implementare il nostro modello di scuola e contemporaneamente collaudare queste tecnologie per poi renderle disponibili per tutto il mondo dell’educazione. Questo progetto dovrebbe produrre un valore che pensiamo si possa esprimere da qui a due anni, nel 2020, in termini di fattibilità”.

“L’idea è di concentrare nel nuovo Campus soprattutto gli ultimi due anni delle superiori”, spiega Carraro.
“Il nostro modello di scuola si fonda su tre pilastri: comunità di giovani che entrano ed escono dal percorso formativo; metodo didattico nuovo; contenuti molto vari. L’idea è mescolare gli studenti delle superiori e dell’università con i ragazzi che lanciano imprese. Così si crea una comunità di giovani che entrano ed escono dal percorso formativo. Questo perché il non va condannato, ma vissuto come un’occasione per imparare e ripartire”.

Un’altra grande novità è nel modo di fare lezione. Non ci sono più la cattedra e i banchi, ci sono tanti tavoli dotati di rotelle e colbili in rete, che possono diventare postazioni per gruppi di lavoro. “L’apprendimento cosiddetto passivo – quello in cui lo studente legge, vede o ascolta una lezione – si farà sempre più tte piattaforme”, prosegue Carraro.
“Poi in aula si lavora sui progetti, si impara a fare. Quanto ai contenuti, ci sono materie nuove che spaziano dalla Robotica alle Soft skills: si tratta di competenze sofisticate a livello tecnologico, ma anche psico-sociologico”.

Ci sono 4-5 materie obbligatorie, tra cui la storia. Il resto lo sceglie lo studente creando il proprio percorso di studi. Tra le attività settimanali è stata inserita la Magic hour: un’ora alla settimana i ragazzi incontrano personaggi di ispirazione in diversi campi, da Samantha Cristoforetti a Toni Servillo.

Nell’ora di “Soft skill”, invece, l’obiettivo è imparare a gestire il conflitto, così da evitare forme di bullismo.
A tutti gli studenti delle elementari e delle medie viene dato in dotazione un iPad; alle superiori un MacBook. Tutte le lezioni sono in inglese, ad accezione delle ore dedicate alla lingua italiana.

Poche settimane fa, dopo un accordo con l’Università Ca’ Foscari, è partito il primo corso di laurea triennale in Digital Management, il primo in Italia in classe Management. Da ottobre 2017 partiranno tre Master: il MADE (Master full-time in Digital Entrepreneurship), il MADE Executive (versione part-time pensata per i professionisti) e il MATIS (MasterLab in Travel Innovation Strategy). A questi bisogna aggiungere i tre Master di BigRock in computer grafica, virtual ity e concept art: H-Farm ha recentemente acquisito questa scuola, considerata una punta di diamante nello scenario dell’animazione 3D in Europa, estendendo la propria offerta formativa in questi ambiti.

Affinché il modello funzioni e non resti reto a una a serve un cambio di mentalità notevole. Il sogno di un campus del genere in ogni provincia non è così irizzabile, secondo l’ex rettore di Ca’ Foscari. “Il campus è frutto di un investimento di 100 milioni di euro, il fatto che sia una partnership pubblico-privata dimostra come da entrambe le parti ci sia la consapevolezza che formare è una leva per creare crescita”, afferma Carraro. “In Italia abbiamo il numero di laureati più basso d’Europa. Da noi il tasso di laureati è il 23% della popolazione, contro la media europea del 40% e il 45% degli Usa. Non è vero che abbiamo troppi laureati e troppe università, abbiamo cattive università. Mancano gli atenei tecnici, che invece hanno fatto la fortuna della Germania”.

Cassa Depositi e Prestiti – spiega Carraro – ha creato un fondo per poter fare questa operazione anche in altre parti d’Italia. “La costruzione del nuovo campus costa circa 61 milioni. Abbiamo 90 province, avere un campus in ogni provincia costerebbe 5 miliardi e 490 milioni. Non è una cifra così mostruosa: è un terzo di quello che è costato salvare le banche venete. Questo Paese potrebbe cambiare senza grandi difficoltà, se le risorse andassero nella direzione giusta”.

Il presidente di H-Farm Education dà la colpa alla miopia della . “I nostri politici, purtroppo, non hanno capito che la maggior parte dei ragazzi che non hanno lavoro o non lo cercano è perché non hanno completato il ciclo scolastico. Non dobbiamo trovare loro un lavoro, dobbiamo riportarli a scuola. Il vero problema è che non hanno le competenze adeguate”. Per Carraro, “servono investimenti nella scuola, non i soliti incentivi alle assunzioni”. “Non si capisce che il problema è all’origine. Non manca il lavoro, c’è carenza di qualificazione. Oggi i lavori di base sono sempre più svolti dagli immigrati; domani li faranno i robot. Se la scuola non si mette in quest’ottica, fa un errore enorme. Anche questa Finanziaria farà lo stesso errore: si continuerà a spendere in incentivi, decontribuzione, sussidi, e non si spenderà un euro per la scuola se non per assumere docenti non formati”.

Donadon evidenzia invece un “problema europeo” nel rapporto con l’innovazione e le start-up. “Il problema è che in Europa pochissime aziende comprano start-up”. Sulla tecnologia, secondo il fondatore di H-Farm, l’Europa ha accumulato un forte ritardo rispetto agli Usa perché, dopo la bolla del Dot.com nel 2000, ha completamente resettato quell’esperienza, facendosi lasciare indietro su tutto, dall’industria dell’automobile (v. Tesla) ai sistemi distribuitivi (dove Amazon ha trovato una prateria d’accesso al continente).

Lui, però, si definisce un tipo testardo. “Il mio scopo è dimostrare che si può fare anche qua. Il fatto che un ragazzo bravo debba scappare per riuscire a fare queste cose non è accettabile. Il problema è che in Italia, fino al 2011-2012, non se n’è occupato nessuno. Il primo che ha preso in mano la faccenda è stato il ministro Passera nel 2012, che ha voluto una task force di cui ho fatto parte. Poi a seguire – tranne Letta che si era un po’ perso per strada – tutti hanno messo l’attenzione su queste cose. Però il governo può fare fino a un certo punto. Parte della responsabilità è dei media: oggi nell’agenda di tutti i giorni manca completamente il tema dell’innovazione digitale”.

Un esempio lo ha vissuto sulla propria pelle quando, nel febbraio del 2014, a sorpresa si è ritrovato il neopresidente del Consiglio Matteo Renzi in Farm. “Nel suo primo giorno di governo Renzi aveva scelto di venire a trovare le start-up, ma i giornalisti gli chiedevano solo dell’Ilva”. Come si fa, dunque, a cambiare? “È molto diffi incidere sul cambiamento della macchina, non sono molto positivo sulla capacità del sistema di rinnovarsi”, conclude Donadon. “Credo che l’unico modo sia dare una grande decentralizzazione dei compiti alle varie entità. Il centro ha completamente fallito la gestione: per fare media tra chi ha difficoltà e chi può fare, uccide entrambi, non aiuta chi non ce la fa e non sostiene chi potrebbe fare di più”. Un ragionamento che si applica anche alla scuola. “L’unico modo per ripartire è l’educazione, anche se c’è tantissimo lavoro da fare prima che le scuole comprendano ed entrino in questi temi. Noi intanto ci portiamo avanti”.