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EDITORIALE. Obbligati a vincere, ma la sfida è culturale non geografica.

Prandelli presenta la " Junior Tim Cup  , il calcio negli oratori "

di Paolo Paoletti – “Siamo obbligati a vincere”, non è una novità. Bisognerebbe giocare sempre per la vittoria.
Putroppo non è cosi e non solo al : 7 partite in 30 giorni, caldo-freddo, viaggi, ritiro, pressione, vita o morte!

L’Uruguay ce l’ha fatta. e la garra charrua chiesta da Tabarez l’ha resuscitato. L’Italia non deve mollare. Sulla carta la Costarica non può far paura, ma non è così.

Aldo Serena ricorda: “All’Olimpiade di Los Angeles 1984 l‘Italia incontrò il Costarica. Eravamo già qualificati e affrontammo i Costaricani. Maldini e Bearzot fecero turnover perché clima e orari erano quasi come in Brasile. Ci sorpresero con gioco veloce e ritmi forsennati nascondendo le differenze tecniche. Perdemmo 1-0. Superficialità da evitare visto che la qualificazione è tutta aperta e - fanno male a qualsiasi squadra. Ora con la Costarica bisogna assolutamente vincere”.

La testimonianza di Serena in campo a Los Angeles ’84, ripropone 2 concetti espressi da .
E’ confronto tra 2 mondi: non per il clima, gli schemi, il prestigio: Per la testa e la cultura con cui si fa calcio.

Abbiamo visto 2 approcci diversi: c’è chi sceglie il palleggio per esaltare la qualità, c’è chi va in campo con una grinta capace di annullare il divario tecnico.
Non è vero come dice che è una differenza calcistica, una sfida tra esplosità sudamericana e resistenza europea.
E’ una sfida tra credenze, abitudini, modelli i, visione e.

Brasile e , non sono esplosive. I grandi che annoverano non prediligono l’esplosività ripetuta, tutta sul breve, che ti lascia senza o. Come non lo sono Germania, Italia, Francia. Come non lo è stata la Spagna, costretta ad abdigare come e nello stesso giorno di Juan Carlos,
Cile e Costarica sono esplosive, in parte lo è la Colombia e si candidano ad essere rivelazioni del .
Lo è diventato l’Uruguay, con una metamorfosi in 3 giorni, che ha permesso di tornare in gioco battendo l’Inghilterra…

Questa è la differenza. Lo sa , come lo sanno Del Bosque, Scolari, Sabella.
La difficoltà è gestire questa cifra culturale e e che inquina il patrimonio tecnico fino ad annientarlo.
Quando si dice che l’Italia alla fine arriva sempre, si pone accento su un aspetto e non tecnico: l’orgoglio. Una delle due facce della stessa medaglia. L’atra è la pancia piena.

Sappiamo tutti come stanno le cose. Chi deve avere a che fare con gente che guadagna milioni e milioni, ha vita facile e distacco dalla realtà, solo perchè sa dare quattro calcio ad un pallone ha l’ingrato compito di scandagliare legate alla personalità dei singoli e le credenze putroppo consolidate del Sistema calcio. Lavorando sull’intelligenza emotiva.

Mi viene da ridere quando sento e leggo di scelte tecniche, perchè gioca tizio e non caio, solite manfrine.
Il quid che fa la differenza sta nella testa non nei piedi.

cambierà formazione. Fa bene. Bonucci deve recuperare fiducia, Thiago gli serve per congelare il pallone, Abate mettere un po’ di apprensione agli avversari sulla velocità.

Chiellini si sente meglio protetto al centro, Darmian ha l’incoscienza della gioventù. Un po’ di esplosività la darebbero certamente e Insigne, ma Cesare deve ribadire di credere nella scelta dei 3 registi. Altrimenti l’Italia si scioglie.
Certo se hai che ad un mese da una operazione va in campo e segna 2 gol, la sangre charrua ha un senso. Diversamente sembrerebbero solo ridolini.
Neanche i giapponesi giocano più così. E cìè tanto di Zaccheroni nel cambio…

Giocando a una punta che poi non lo è , , gli altri tre offensivi devono sapere cercare e centrare la porta. Ma anche correre e coprire linee di passaggio e zone di campo.
Cassano, Cerci, Insigne più o meno possono farlo con minutaggio diverso. La ragione dice questo, ma scelte apparentemente incoerenti in alcuni casi aprono nuovi scenari come quello che ha scelto per il Brasile. Varrà fino agli ottavi: quando arriva il dentro o fuori, cambia tutto.
La Costarica lo e?