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Messico ’86: Diego incanta il Mondo, si torna lì sulle tracce di Pelè!

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1986: l’Argentina è bi-campione del Mondo. Dal trionfo di casa nel ’78, alla seconda meraviglia che è tutta nelle gambe e nella testa del fenomeno che ancora oggi parla e fa parlare di sé: Diego Armando Maradona. Ha 26 anni, è al massimo del suo splendore/vigore, segna gol impossibili, in tutti i sensi. Uno con la mano (agli inglesi), lo vedono tutti meno arbitro e guardalinee; uno drilando quattro avversari e poi il portiere, sessanta metri palla al piede (sempre agli inglesi). L’era-Pelé è finita nel ’70, l’era-Maradona ha già preso la rincorsa sei anni prima, ma è al messicano che diventa un fenomeno planetario aprendo un dibattito irrisolto, e irrisolvibile. O’Rey o Diego, chi è stato il più grande? L’uno e l’altro, dipende dai gusti, dalle opinioni, ma è quasi un non senso: grandi come l non ce ne sono stati, prima e dopo. Perché il fenomeno-Pelé e il fenomeno-Maradona hanno oltrepassato il rettangolo di gioco e il gioco del calcio: sono campioni, personaggi, polemisti, simboli dello sport, pieni di fascino, carisma e anche di eccessi, hanno compiuto imprese come nessuno, sono durati una vita e durano ancora, soprattutto Maradona. Quel ’86 è tutto la sua immagine, in finale la Germania fa il bis delle sconfitte (dopo il 3-1 con l’Italia nel 1982), e l’Italia di Bearzot si congeda dalla scena, senza infamia e senza lode, agli di finale. La riconoscenza dovuta al meraviglioso gruppo Mundial è un atto dovuto, ma quattro anni dopo si è tutti più stanchi, e appagati. Compreso il ct Bearzot che, chiuso il , chiude anche la sua lunga militanza sulla panchina azzurra: 12 stagioni.

IN MESSICO, 12 ANNI DOPO: PERCHE’? Da Messico 1970 a Messico 1986. Sedici anni tra due Mondiali di calcio sono un organizzativo dinanzi a un campionato che corre il rischio di non essere disputato. Riassumiamo. Quel tocca al Sudamerica e la Fifa sceglie la Colombia, che aveva caldeggiato la sua candidatura. Ma la crisi economica mette a soqquadro le finanze del Paese e nell’autunno ’83 la Colombia comunica alla Fifa di dover rinunciare. In soccorso arriva il Messico, che ha già tutto ciò che un richiede: stadi, esperienza e competenze, eredità del ’70. Ma a settembre ’85 uno spaventoso terremoto colpisce la nazione, in particolare Città del Messico. Crollano edifici, rimangono in piedi gli stadi, la ricostruzione è fatta a prezzo di enormi sacrifici e con una gara di solidarietà internazionale. Quel si può fare. E si fa.

DIEGO, NAPOLI, IL TRIONFO. “A Maradona ho chiesto di oedirmi ciecamente per trenta giorni, e avrei fatto di lui un campione del Mondo. Gli dissi: voglio sapere anche quando vai a fare pipì. Lui mi strinse la mano”. E’ Carlos Bilardo, ct argentino, ad aver raccontato un piccolo-grande pezzo della sua storia . Quel patto col giocatore più forte del Mondo che, di suo, stava facendo di tutto per diventare il più forte del Mondo. Da due stagioni al Napoli, aveva portato con sé il massaggiatore Carmando, E si era affidato alla preparazione personalizzata col prof. Dal Monte, direttore del centro di medicina sportiva dell’Acquacetosa. Non una virgola fuori posto, per essere al meglio. “Due stagioni al Napoli -ha ricordato Diego- mi hanno fatto diventare più forte. Per mettermi giù, ci vogliono almeno quattro difensori”. Nel girone, con Corea del Sud, Bulgaria e Italia, Diego accarezza anche la gioia del primo gol, proprio contro gli azzurri. E’ una carezza al pallone, che beffa Giovanni Galli per l’1-1 finale e il passaporto per gli di finale, la battaglia contro l’Uruguay: 1-0.

300 SECONDI PER LA STORIA: MANO DE DIOS E GOL DEL SIGLO. Un genio del calcio e un genio del ‘male’, lasciando a quel “male” il minimo consentito, per dire l’estrema malizia che nel calcio significa far ricorso a colpi non previsti dalle regole del gioco. E in 5 minuti, 300 secondi, Maradona è capace di vestire -solo lui può farlo- i panni dell’uno e dell’altro. Succede nei di finale Argentina-Inghilterra, partita tiratissima che dopo un tempo è 0-0 con gli inglesi di Lineker che spaventano l’Albiceleste. Al 6′ della ripresa, il pallone è lanciato verso la porta difesa da Shilton, e su quel pallone corre Maradona, per colpirlo di testa, in anticipo. Ma è la mano di Diego appoggiata alla nuca che tocca la sfera che beffa il portiere inglese. Gli inglesi insorgono, il guardalinee Bennaceur non fa una piega, l’arbitro Ali Bin Nasser convalida il gol. Poi dirà: “Ricordo di aver avuto un duio, ma il mio assistente non mosse un dito e dovevo fidarmi di lui”. Il mondo in tivu, al replay, vede benissimo che quel gol è irregolare. Diego: “Il pallone un poco l’ho toccato con la cabeza de Maradona, un poco con la mano de Dios”. Impossibile negare l’evidenza. E l’impossibile, poi, è nel suo genio calcistico quando all’11 palla al piede dalla sua metà campo drila Hoddle, salta Reid e Sansom, resiste all’entrata di Butcher, supera Fenwick e infila Shilton in uscita. E’ il gol del secolo, anche se la Fifa poi -una ventina di anni dopo- gliene preferirà un altro, mandandolo su tutte le furie. Sono 52 metri di corsa, 6 avversari superati e la porta aperta verso la semifinale (2-0 al Belgio, doppietta di Diego) e poi nel trionfo finale col 3-2 alla Germania.

DALL’82 AL FLOP EUROPEO E …MESSICANO. Per l’Italia Mundial ’82 il “dopo” è un sentiero scomodo, faticoso. E perdente. Un po’ come per gli azzurri vicecampioni del ’70. Il debito di riconoscenza verso quei campioni, “son tutti figli di Bearzot” si diceva così, è un atto dovuto. Da quella meraviglia dell’estate spagnola si approda a un Europeo grigio e a un messicano sbagliato. Cecoslovacchia e Romania ci negano l’accesso alla fase finale europea dell’84 (si gioca in Francia) e il rinnovamento azzurro è al minimo. Chiude la carriera Dino Zoff, il suo vice Bordon non convince, il titolare della porta azzurra è un errato ballottaggio Galli-Tancredi, con Walter Zenga che aspetta il suo turno. Il campionato 1984-’85 lo vince il Verona, e il veronesi Tricella, Galderisi e Di Gennaro entrano nel gruppo azzurro. C’è il talento di Vialli in rampa di lancio, a Bearzot si chiede di inserire Franco Baresi, ma con sulla tolda al milanista viene concessa soltanto una prova -perché mai- da mediano con l’ovvio risultato del flop. Tardelli e nel 1985, dopo l’Heysel, lasciano la Juve per approdare a Inter e Milan, ma la l stella ha smesso di brillare, perlomeno per com’era stato al spagnolo. Sono i simboli del declino -ovvio- del gruppo Italia dell’82 e la sensazione che il Messico sarà il punto finale dell’avventura di quella meravigliosa Nazionale lo si avverte. E lo si nega.

ROI MICHEL CI EINA, MA ABDIGA ANCHE LUI. Spillo Altobelli è il solo valore aggiunto della Nazionale azzurra. Vero: lui c’era anche in Spagna, ha pure segnato un gol nella finale contro la Germania, ma nell’82 faceva parte del gruppo non titolare. Qui in Messico è lui a guidare l’attacco, con Galderisi e Vialli, Pablito se ne sta a guardare cercando di ritrovare il filo della condizione, ci si illude nel boom improvviso com’era stato quattro anni prima. I risultati non sono malvagi: 1-1 con la Bulgaria, 1-1 con l’Argentina, 3-2 con la Corea del Sud. Altobelli segna 4 dei cinque gol azzurri. L’ottavo di finale è con la Francia campione d’Europa che ha una legittima “fame” di vincere il . E la marcatura di è l’ossessione di Bearzot che si concede una scelta discussa: la marcatura fissa di Giuseppe Baresi sul fuoriclasse francese. Fuori il regista Di Gennaro, dentro un marcatore, risultato… Baresi perde palla a centrocampo, scappa in libertà e dopo 14 minuti segna il gol che scolora l’azzurro già stinto di quel . Stopyra segnerà la rete del 2-0 e torniamo a casa. Finisce così il decennio (anzi: 12 stagioni) di Enzo Bearzot alla guida della Nazionale. E finisce anche il regno di : la delusione per il ko in semifinale contro la Germania e il terzo posto finale conquistato inducono le Roi a disputare -stancamente- la sua ultima stagione con la maglia della Juventus (1986-’87) annunciando a maggio ’87 il suo addio al calcio giocato, a soli 32 anni. Dopo aver vinto tutto. Meno un .

L’URSS DI LOBANOVSKI, LA NUOVA OLANDA. La consacrazione di Diego Maradona, il tramonto dell’Italia Mundial, la solita, possente Germania che dopo due finali perse prepara il terreno al vinto (1990) e la discesa dal trono di Re Michel sono i quattro vessilli della rassegna messicana che dal punto di vista tattico presenta una sola novità: l’Unione Sovietica del colonnello Valeri Lobanowski, capace di reinterpretare il calcio totale dell’Olanda di Cruyff pur non possedendo talenti di quel livello e portandolo fino all’eccesso atletico. L’Urss del Colonnello è una squadra che gioca, fisicamente, ai iti dell’impossibile. Nasce dalla Dinamo allenata dallo stesso Lobanowski, vanta gioocatori che verranno pure in Italia (Zavarov e Alejnikov, alla Juve), nelle sue file gioca Belanov che sarà Pallone d’ 1986 e quella squadra messicana farà pure la finale dell’Euroipeo ’88, persa -e non è un caso- contro l’Olanda di Gullit, Van Basten e Rijkaard. La forza dirompente dell’Urss in Messico, l’esuberanza fisica che la porta a controllare ogni metro del terreno di gioco, affascinano il mondo col 6-0 al primo impatto contro l’Ungheria. Poi, incredibilmemte, si fa sopraffare dal Belgio in un discusso ottavo, con due gol belgi segnati in fuorigioco e il 4-2 finale. Il segno tecnico-tattico e soprattutto i metodi estremi della preparazione fisica faranno scuola e in parte tendenza. Se il calcio degli olandesi era “totale” questo dell’Urss diventa il “calcio del Duemila”. E oggi, un po’ tutti, si gioca così: occupando sul campo tutti gli spazi.

SCANDALO SCOMMESSE-BIS. C’è un caso che appartiene alla storia del Pallone italiano e che scoppia poco prima del messicano, senza però intaccarne gli umori e la “rosa” dei giocatori. E’ lo scandalo-scommesse bis, che scorta le cronache di tutta l’estate con club di serie A e giocatori coinvolti, ma senza grandi firme del Pallone a fare da vetrina. Non è uno scandalo minore rispetto a quello del 1980, ma un po’ per assuefazione e un po’ perché senza nomi altisonanti fa parte delle nostre vergogne legate al calcio senza causare traumi evidenti al movimento. L’Italia è padrona del mercato euro-, i migliori calciatori fanno parte delle rose delle nostre squadre, in Europa sta per aprirsi un decennio di dominio nelle Coppe col Milan di Sacchi a fare da traino. E tra l’altro ci prepariamo al 1990 che la Fifa ha asegnato all’Italia. Le notti magiche le dovremo onorare col trionfo. Sarà solo terzo posto. Con infiniti rimpianti.