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Debiti calcio, +7%: truffa continua, arriva la Procura!

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di Paolo Paoletti - Il calcio italiano è peggio del Paese: i debiti in un anno sono saliti da 1,6 a 1,7 miliardi di euro: +7%!
Non cresce così il debito pubblico, crolla di più il pubblico esse.
E’ qui il nodo che fa diventare il calcio una truffa.
Il mondo del pallone si regge sui diritti televisivi nazionali ed europei che rappresentano il 58% del fatturato. I club si indebitano per la conquista dei 5 posti che ottengono i migliori contributi dalle paytv.
Nessuno controlla questi indebitamenti e il contraccolpo di immagine e credibilità, – caso Parma, ma anche Savoia e tante altre società sull’orlo del fallimento – fa crollare gli ascolti e l’esse delle tv a pagare un prodotto sempre più a rischio imbroglio!
La tv al tempo ha sottratto molti spettatori, asciugando ancora gli incassi da .
Per mantenere questo sporco andazzo, proprio Sky alimenta l’ultimo stratagemma della Fondazione che riceve 73 milioni l’anno per finanziare con progetti inesistenti, l’esse di presidenti e il potere dei dirigenti federali.
Chi può credere ad un calcio dove vince il migliore?
La Procura di Napoli ha aperto una inchiesta sul bancomat – così è chiamata la Fondazione di A – gestito da Figc che vede in Lotito il deus ex machina dell’elargizione a pioggia di questi soldi.
E’ chiaro che questo calcio va chiuso, disinfettato, rigenerato: con persone di alto profilo innanzitutto etico-morale. Cisa che il calcio non vuole per continuare con la truffa ai danni degli italiani, tifosi e non.
Perchè uno , ad esempio, è un bene pubblico che non può essere appaltato a truffatori; il settore giovanile è un bene di pubblico esse al servizio della collettività non una macchina per spillare soldi ai genitori; il valore ideale dello è patrimonio di una identità collettiva che non può essere venduta agli essi della televisione e distrutto dagli scandali di delinquenti che lo gestiscono.
Ora basta, che la magistratura dica stop a questa truffa continuata e aggravata e il Governo imponga al Coni di rieducare un mondo incivile e sporco.

I numeri dell’inchiesta della Gazzetta dello sui debiti del pallone, farebbe tremare i polsi a qualsiasi manager di azienda.
Invece venerdi in i presidemnti si riuniranno per decixdere se fare l’elemosina al Parma per occultare il più falso degli ultimi anni. Evviva!!!

Pubblichiamo da La Gazzetta dello .
Nel 2013/2014 fatturato e costi in leggero calo, deficit di 186 milioni: ristagnano i ricavi commerciali e da , dipendenza dalle tv.
Sulla Gazzetta dello in edicola oggi c’è un’essante analisi del sta Marco Iaria sui bilanci dei club della Serie A italiana.

STOP SOLDI. Una contraddizione in termini per un’industria – questo pretende di essere la Serie A – che fattura 1,7 miliardi di euro e che, come tutto il calcio globale d’élite, è riuscita ad evitare la re che ha colpito altri pezzi dell’economia. Eppure non ci sono più soldi. Perché il livello dei costi, escludendo le plusvalenze spesso utilizzate come giochino contabile, rimane insostenibile e si comprime a fatica. Ed allora ecco che galoppano le passività. I debiti, al netto dei crediti, sono in costante crescita: 1.715 milioni di euro nel 2013-14, oltre un centinaio in più in dodici mesi (1572 milioni nel 2012-13) e un incremento del 27% in cinque anni (1.350 milioni nel 2009-10). È questo il dato più allarmante dell’inchiesta annuale della Gazzetta sui bilanci delle società del massimo , relativi alla scorsa stagione.

LIQUIDITA’. Il caso Parma è la punta di un iceberg. Non significa che le altre 19 squadre siano a un passo dal fallimento. Questo assolutamente no. Ma vuol dire che in tante, in troppe attraversano le cosiddette tensioni di liquidità che solamente col ricorso al credito si riescono ad arginare. Basti guardare anche al patrimonio netto aggregato della Serie A: 213 milioni, pochini rispetto alle dimensioni del business pallonaro. Le difficoltà di diverse aziende hanno ridotto i margini di vento dei proprietari: tra versamenti in conto capitale e prestiti, nel 2013-14 i soci hanno immesso 222 milioni nelle casse dei club, 60 in meno dell’anno prima. L’azionista non viene? Allora è pronta la banca, soprattutto l’istituto di factoring, ben contento di prestare denaro in cambio della di contratti futuri per tv e sponsorizzazioni: erano 977 i milioni di debiti bancari nel 2012-13, sono diventati 1056 nel 2013-14. e Roma, per risanarsi, hanno nazionalizzato il debito creando società ad hoc contenenti tutti i beni pregiati e affidandosi a Goldman Sachs: 230 milioni ai nerazzurri (che stanno discutendo l’emissione di un bond), 175 per i giallssi. Beninteso, la leva del debito non è deprecabile di per sé. La azionano tutte le aziende, anche quelle sane. Ma va rapportata ai flussi di cassa e deve servire per investimenti in grado di dare sviluppo dentro e fuori dal campo.

SENZA VALORE. Il passivo del calcio italiano è così elevato che, in alcuni casi, le società vengono messe in vendita ed acquistate a debito, con valutazione minima delle azioni in sé, di sicuro inferiore alle attese che una squadra, un brand suscitano: si pensi alla Roma che UniCredit ha ceduto a condizioni di certo non sfavorevoli a Pallotta e soci, si pensi all’ che la cordata di Thohir ha rilevato con un aumento di capitale di 75 milioni, si pensi alla Sampdoria che Ferrero ha ricevuto da Garrone a costo zero e con provvidenziali iniezioni dell’ex patron.

SQUIO. Le preoccupazioni sulla Serie A sono te proprio alla capacità di ripagare i debiti con le risorse proprie, come dimostra il Parma. Anche perché la gestione economica, in generale, non migliora. Rispetto al 2012-13, i dati fondamentali non subiscono variazioni rilevanti. Il fatturato diminuisce leggermente (da 1.772 a 1.754 milioni) così come i costi (da 2.365 a 2.333 milioni), continuano a crescere le plusvalenze al netto delle minusvalenze (da 409 a 432 milioni) e il risultato netto aggregato è negativo per 186 milioni. Un po’ meglio rispetto al -203 dell’anno prima ma pur sempre in rosso. Dodici squadre su venti sono in deficit: le più profittevoli Napoli (+20,2 milioni), Lazio (+7,1) e Verona (+5,3). La dinamica caratteristica di costi e ricavi, senza considerare operazioni di e fatti straordinari (tipo cessioni del marchio), resta fortemente squilibrata: il deficit salirebbe a quasi 600 milioni. È sul costo del lav che bisogna agire. A parte le spending review eclatanti di e , in generale la Serie A sta faticando molto ad avviare un percorso virtuoso, come dimostra la rigidità delle spese per il personale: 1.186 milioni nel 2013-14, erano 1.156 nel 2010-11. Solo sei società hanno ridotto questa voce nell’ultima stagione. Il problema degli stipendi non è qualitativo ma quantitativo: troppi i tesserati, troppi i trasferimenti. L’introduzione del tetto alle rose imposta dalla Figc potrà servire a invertire la rotta.

SCADENZE. Tutti i club (a parte il Parma di questa stagione) rispettano con puntualità le scadenze trimestrali per il pagamento di buste paga con relativi contributi. Altrimenti scattano i punti di penalizzazione in classifica. L’effetto collaterale, però, è perverso: lasciare nel cassetto le fatture per giardiniere, catering, pullman. Così i debiti con i fornitori sono lievitati: dai 234 milioni del 2008-09 ai 391 della scorsa stagione. Il malvezzo è reso possibile dal fatto che difficilmente un fornitore porta in tribunale un club di calcio: è una questione di prestigio, di rapporti, di quieto vivere. Certo, è strano scoprire che dal 2011 il Parma non paga l’affitto dello al Comune…

VENDUTI ALL TV. L’antico vizio della Serie A è quello di essere teledipendente dai diritti tv del e della Champions. Il 58% del fatturato arriva da lì: 1.016 milioni. Poi c’è il commerciale, al 20% (349 milioni), e infine lo , a un misero 11% (197). Il resto fa parte di altri ricavi (192). Nelle leghe di riferimento, Premier e Bundesliga, la diversificazione delle entrate è molto più equilibrata. Ma lì non litigano per un rigore, non si insultano a vicenda. Progettano il futuro.