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Partì come Coppa Vittoria: in 17 giorni la Celeste cavalcò il Mondo!

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di Pablo Casal - Tredici squadre al via, solo 4 europee: Belgio, , Jugoslavia, nia. L’Italia no: onerosa e lunga la trasferta in , e mancano, soprat, i quattrini. E’ la prima delle 3 assenze azzurre, ma è una scelta.

Quel è il primo della storia, lo si gioca in , Paese piccolo e di straordinarie virtù calcistiche: ha vinto le due ultime Olimpiadi del 1924 e ’28, l’onere del debutto è un tributo che la rende ai successi sportivi e ovviamente è anche un onore.
Ripagato col trionfo della Celeste che in finale batte la più giovane e favorita Argentina 4-2.

17 GIORNI. Torneo breve, sbrigativo: durata 17 giorni. E’ il primo approccio per dare un senso compiuto ai 25 anni (sono 26 in realtà) dalla fondazione della e a un gioco che si è preso l’esse di milioni di appassionati: E’ il Campionato di calcio e al trofeo viene data l’etichetta minima, Trofeo della Vittoria. Solo nel ’46 diventerà Coppa Jules Rimet, in onore al mitico presidente -in carica dal 1921 al 1954- della .
L’assenza di gran parte del calcio europeo è il dato prevalente. La rinuncia dell’Italia per motivi economici e di lontananza (allora si andava per nave), fa il pari con quelle di Austria, Ungheria, Spagna e tante altre, le britanniche sono fuori per la scelta di non far parte della , lo snobismo degli “inventori” del calcio all’epoca non è in discussione: si considerano un mondo a parte.

PIRAMIDE CELESTE. Sudamerica dominante e assenza di un confronto tattico fra due scuole eccellenti: la “piramide” di , Brasile e Argentina, e il WM che era parte della scuola europea, austro-ungarica all’epoca. Non di quella inglese, gelosissima custode del suo calcio e convinta di non avere eguali, né degni avversari.
La piramide era un 2-3-5 oggi di difficile comprensione, con il centravanti che stava arretrato rispetto agli esterni e le zone del campo occupate con perizia visto che si giocava aastanza da fermi, con difensori addetti solo a “ripulire” l’area di rigore, e l’idea del pressing -per dire- non era nemmeno sfiorata. Il WM non faceva parte del progetto delle quattro europee presenti, non erano i Paesi calcisticamente all’avanguardia della tattica e sul terreno di gioco (tutte le partite si svolsero a Montevideo) il confronto svanì, senza nemmeno nascere.

STELLE E DUE PALLONI. Il argentino Guillermo Stabile, detto “El Filtrador”, 8 gol in 5 partite e un immediato trasloco nel calcio italiano, al Genoa dove arrivò in autunno accolto da una marea di che lo voleva subito in campo. Il debutto il 16 novembre con 3 gol nel 3-1 finale sul Bologna e un’uscita dal campo da re. L’inizio di una grande storia? Macché. Bersagliato dagli infortuni, Stabile giocò poche partite (41) in quattro stagioni rossoblu, e la gloria la toccò da commissario tecnico, guidando per 20 anni la Nazionale argentina, con la quale vinse ben sei edizioni della Coppa America.
L’arbitro della finale, John Langhenus, belga, che il giorno della partita arrivò in leggero ritardo allo stadio Monumental, causa la ressa dei , e venne fermato dalla polizia all’ingresso. Rilasciato dopo pochi minuti e con tante scuse (ci mancheree!) perché in quella ressa un numero non precisato di senza biglietto si era presentato agli ingressi spacciandosi, ovvio, per l’arbitro della partita.
Infine il Pallone, inteso come sfera di cuoio con tanto di stringhe per chiudere l’apertura della valvola. Sia l’ che l’Argentina pretesero di giocare col loro pallone, ogni squadra ne doveva portare un paio. L’arbitro effettuò il per stabilire con quale pallone giocare, poi scelse -saggiamente- di disputare il primo tempo col pallone argentino e il secondo con quello uruguagio. Va da sé che il primo tempo finì 2-1 per gli argentini e nella ripresa si rovesciò il risultato col 4-2 per l’. Quei due palloni avevano un peso. Evidente.