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Giovanili, inutili per tutti: club, agenti, tv.

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di Paolo Jr Paoletti - Non si pensa ai nostri giovani, ai nostri vivai, il resta esterofilo e nessuno s’oppone!
Perché non conviene a nessun attore del sistema: club, agenti, media, neanche al back stage di un movimento corrotto e ingordo…
Ci si è posti il problema all’Arena Civica ‘Gianni Brera’ di Milano sabato 24 ottobre, una mini convention sulle Giovani Promesse passata nel più assoluto silenzio.

La riflessione di Felice Accame, docente di Teoria della Comunicazione presso il centro tecnico della , dice tutto: il calcio giovanile non è nient’altro che un ascensore sociale, a volte fastidiosa anticamera di chi insegue il mondo dorato del professionismo pensando che sia un diritto dovuto. Caratteristica che riguarda ragazzini e allenatori.

Ragazzini spinti dall’eccitazione dei genitori perché il sangue del suo sangue arrivi dove non sono mai riusciti ad arrivare loro…

Un mondo dove nei corsi di formazione ai DS, denuncia Accame, l’argomento cruciale è i diritti : prodotto da vendere fotogramma per fotogramma, dal gol al finto litigio tra allenatore e giocatore per rendere appetibile l’immagine dagli spogliatoi!
Diavoleria vuota pubblicizzata grande ed irrinunciabile esclusiva.

Sui genitori troppo spinti ha parlato con dovizia di particolari Sanzio Anzani, Responsabile Tecnico Pre-Agonistica P.D.Cimiano che con questo problema nella sua scuola calcio ha a che fare tutti i giorni e che assicura come la valenza pura del calcio sia ormai irrimediabilmente svanita, perdendo totalmente di vista perchè un bambino dovrebbe giocare a pallone per se stesso e la sua formazione attraverso lo , piuttosto che per riempire i vasi spesso di coccio che gli fanno dalla tribuna le richieste più assurde.

Ad esempio, spiega Anzani, capita di vedere bimbi del 2010 che si sono avvicinati al calcio da tre settimane che, in una partita 5 contro 5 senza alcuna pretesa, vengono ripresi dai genitori perchè non fanno il contromovimento ad evitare la marcatura avversaria.
Bambini di cinque anni che sono ostaggio di genitori-allenatori in preda a deliri di onnipotenza ed imposizioni tattiche che non hanno alcun senso di esistere: come se a un bimbo alla prima lezione di chitarra venisse imposto l’assolo di “Smoke on the Water” e guai a sbagliarlo.
Una bella fotografia della totale irragionevolezza e schizofrenia in cui le nuovissime generazioni stanno crescendo.
Non c’è bisogno di andare molto lontano, comunque: provate ad andare a seguire una partita di ragazzini nel campo più vicino a voi e nove volte su dieci vedrete genitori che dicono e fanno cose ben peggiori dei tanto additati ultras, soprattutto perchè lo fanno di fronte ai loro figli: una logica in cui l’avversario di turno diventa un nemico da cancellare ad ogni costo e con ogni mezzo ed in cui il messaggio che passa è che il fine giustifica sempre i mezzi e che la competizione spinta può calpestare senza problemi i valori che lo , per come lo intendo io, dovrebbe trasmettere.

Finisce che poi i bambini si rompono le scatole e abbandonano: in un’esperienza di un bambino di 10 anni raccontata dalla scrittrice e turga Elisabetta Bucciarelli, traspare tutto meno che il sacrosanto divertimento che il pallone dovrebbe dare all’infanzia.
In nome della si può anche non parlarsi e non fare gruppo, in nome della si può essere portati in trionfo se va bene o essere caricati di critiche e pressioni se va male.

Questo è raccontato dall’esperienza: un bambino che si allontana irrimediabilmente dal calcio e dichiara di non essere pentito, perché a fare il professionista senza averne l’età e il dovere, il gioco non vale più la candela.
Per un caso come questo ce ne sono un’infinità di altri dove lo spiraglio di ascesa sociale fa la differenza: lo spiega benissimo Luca Vargiu, autore e mediario ivo, quando dice che ci sono 600mila ragazzini che giocano e 2500 posti tra i professionisti, molti dei quali restano occupati per 10-15 anni.

Non serve essere matematici per capire che il rap è sbilanciato in maniera imbarazzante verso chi non ce la farà, ma guai a tentare di spiegarlo: l’mediario deve vendere la possibilità che invece sia tutto semplice e fare così soldi e carriera maneggiando i sogni degli altri, questa è la situazione che alla fine rimane del calcio giovanile.
Con genitori che pettinano i loro bimbi come Vidal e li espongono come fenomeni circensi a fare doppi passi ed elastici nei video che mandano agli mediari come Vargiu per sponsorizzare le loro creature.
Se l’mediario li informerà che farcela sarà durissima è lui a sbagliare nel dire la , perché in questo mondo fatto di chiacchiere ed ipoe c’è anche chi si è convinto che sia meglio vivere in un incantesimo piuttosto che adeguarsi alla realtà.
E dunque, continua Vargiu, si crea un vero e proprio listino prezzi: pagare per giocare, una pratica diffusa e taciuta nei piani bassi del professionismo.

In questa finanziarizzazione spinta, descritta da Pippo Russo che ai frequentatori del mio blog è un nome arcinoto, oltre a creare un percorso totalmente diseducativo in relazione se orientato ai valori dello succede anche che ci siano diritti di formazione rivendicati da più parti nel momento in cui il ragazzino diventa un uomo pronto al grande salto: ecco come un giovane calciatore italiano fa schizzare la propria valutazione, in modo che chi gli è stato intorno concretamente o meno riesca ad aggiudicarsi una fetta della torta.
Non stupisce allora se nelle giovanili diventa più conveniente e semplice andare a pescare il ragazzino africano, che costa pochissimo alle Società e non necessariamente guarderà schifato l’mediario se gli si dice che ci può essere posto per lui nei campionati dilettantistici come invece succede spesso, secondo quanto riferito da Vargiu, se questa proposta la si fa a ragazzi e genitori nostrani.

Il fatto che poi ci sia una formazione di qualità, riferisce Accame, importa poco e niente alla che non aggiorna i corsi di formazione su elementi fondamentali per la crescita dei ragazzi da almeno 30 anni, quando fu introdotto un corso sulle tecniche di comunicazione essenziali per spiegare ai ragazzi nel modo giusto i principi di tecnica e comportamento calcistico.
Conta invece la quantità delle formazioni, pur essendo queste spesso il veicolo per spiegare come si possa diventare un possibile ingranaggio di uno show che mentre mostra la faccia migliore alle televisioni vede una miriade di società dilettanti e professionistiche chiudere bottega dall’oggi al domani.
I media, poi, saranno sempre meno avvezzi a controllare queste situazioni visto che esistono partnership, come ad esempio quella tra il Corriere dello e la , che non dovrebbero mai esistere, dal momento che il controllante ed il controllato non dovrebbero mai stringere accordi commerciali per non incorrere nel famigerato conflitto di esse.

Il calcio giovanile in Italia sembra oggi un paziente in coma a cui viene messa una flebo ogni tanto per non rompere le funzioni vitali minime, mentre fuori dalla stanza in cui è ricoverato c’è un gran vociare di dotti, medici e sapienti che litigano sulla cura senza mai visitare il paziente, perchè in fondo se il paziente si riprende può anche essere che posto per i loro ruoli e le loro opinioni domani non ci sia più.

“Non si pensa mai a nostri giovani”, dicevamo.
Se dicessimo però “non vogliamo pensare ai nostri giovani” saremmo meno ipocriti e più concreti.

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