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Auguri Michel: hai sbagliato, ma resti un grande!

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Ho conosciuto Michel Platini sul prato del Combi, tanti anni fa. Motivi di lavoro extra Juventus. Fu molto gentile, carino, charmant nel declinare l’ipotesi. Ma restammo in contatto, spesso anche tramite Tony Damascelli e Romolo Acampora.
Marco Bernadini, altro carissimo amico e collega, su ‘Il Bianconero’ ne traccia un prolo, articolo da leggere, come tutti gli scritti di Marco, godibili per brillantezza di scrittura e ricchezza di aneddoti.

Il ‘Mio Re’ resta e resterà Diego , ma Le Roi che compie 62 anni ha lasciato un segno profondo in chi ama il calcio.
La squalica, i rapporti con Blatter e la sua vicenda personale tra Uefa e , sono un neo. Chi non ne ha?
Se facessimo questa domanda a Diego saree d’accordo: nessuno si può fare giudice della vita degli altri.
Li accumuna la voglia di fare calcio per la gente!
Ed i crimini, certamente da combattere, vanno contestualizzati.

Michel gentilmente un pomeriggio di novembre 1992, anni dopo quella mattina al Combi, da co-presidente con Fernand Sastre del Comité français d’organisation, il comitato organizzatore del Mondiale 1998, venne ad accogliermi al Charles De Gaule di Parigi; arrivavo da Dirigente azzurro per PSG-Napoli: fu splendido e come sempre trasversale, come era stato da calciatore.
Solo i vili, fanno nta di dimenticare. Auguri di buon , Michel!!!
Paolo Paoletti

di Marco Bernardini* - Negare a Michel Platini il merito di essere riuscito ad attuare, seppure soltanto in parte, l‘opera di una salutare modernizzazione del Palazzo calcistico internazionale saree come togliere a Robespierre e Danton il ruolo che eero come ispiratori e padrini della prima e unica autentica Rivoluzione della Storia. Borghesi al servizio del popolo. Ma borghesi illuminati.

Anche negli intenti de Le Roi lo scopo principale delle sue battaglie è stato quello di restituire il calcio alla gente.
Impresa titanica sopra un terreno scivoloso e pieno di trappole perché il Potere radicato, ovunque esso alberghi, non è mai disposto ad accettare variazioni sul tema. Il fatto che oggi l’uomo il quale avree potuto e anche dovuto rappresentare il gioco del pallone a livello planetario si trovi fermo ai box in attesa di riabilitazione è la dimostrazione lampante di questo teorema alle cui regole nessuno al mondo è mai riuscito a sottrarsi. Neppure coloro che, avendo un rap privilegiato con il Padreterno, dovreero essere immuni dalla rottamazione come nel caso di Papa Luciani.

Oggi Platini compie sessantadue anni. Un’età giusta per stare sulle cima del mondo senza problemi se si considera che Donald Trump ne ha settantuno ed è a capo del Paese più potente del pianeta. Le Roi, invece, è fuorigioco almeno per il momento e per due altri anni ancora. Si batte con carte bollate e ricorsi in tribunale, ma inutilmente. Una festa, la sua, in agrodolce che trascorrerà nella “sua” Cassis cenando in un vecchio ristorantino delle “Sable blanche” insieme ai pochi ma fedeli amici di sempre.

È appena rientrato dall’Italia dove, partendo da , ha voluto visitare le zone dove sopravvivono i superstiti del terremoti e degli alberghi venuti giù con la montagna. In assoluto anonimato, conta i passi un poco appesantito nel sico, con un appello a larghe tese in testa e con gli occhiali scuri. Non vuole essere riconosciuto. Non perché provi vergogna, ma per non dover essere costretti a rispondere con banalità a domande banali. In effetti, se Platini possiede una qualità di eccellenza questa è sempre stata la sua “non banalità”. Non a caso l’avvocato Gianni Agnelli, persona assai complicata nei rapporti interpersonali, lo aveva eletto come interlocutore prediletto.

Ho la certezza di essergli stato discreto amico in tempi non sospetti. Da quando giocava con la maglia della Juventus sino a quel pomeriggio di pioggia quando, dopo la vittoria sul Brescia, il campione annunciò che avree riposto le sue cose nell’armadietto per non indossarle mai più. Senza tanti effetti speciali o giri di campo. Come aveva fatto a suo tempi Giampiero Boniperti. Lo seguii, seppure con frequenza minore, anche dopo. Quando tentava di capire che cosa fare da grande e quando realizzò che non avree mai potuto costruirsi il intorno ad una panchina da allenatore. La svolta, un caldissimo mese di luglio, nel suo ufcio in Place de l’Opera a Parigi. Mi disse: “Vedi Marco, alla mia età esistono soltanto due strade. O fare il “ parlante” intellettualmente chic oppure entrare in ”. Scelse la seconda via, senza troppa esitazione. Ci perdemmo di vista.

Aveva induiamente scelto la soluzione più coraggiosa ma anche la più difcile da gestire. Razzolare nella palta del Potere vuole dire necessariamente sporcarsi. E addirittura presumere di poter scalzare un monumento all’intrigo e al malaffare come Blatter signicava andarsi a cercare guai molto seri. Cosa puntualmente accaduta. Platini non era e non è certamente un santo. E se è comprensibile che aia aiutato suo glio a farsi largo nel Palazzo come ciascun padre avree fatto è molto meno accettabile che aia partecipato al valzer dei “voti di scambio” e di ricche mazzette assortite. Inevitabile la caduta verticale.

Ciò non toglie che Platini si è rivelato una persona e un personaggio capace di dare un senso di novità positiva al monolitico e intoccabile totem del calcio. Ha aperto le porte del “movimento” ai Paesi del Terzo Mondo e a quelli emergenti anche per facilitare lo scopo culturale del pallone nei confronti di giovani e di giovanissimi. Ha tentato di arginare la tracimazione della piena che stava riducendo il gioco a un puro affare economico e nanziario con l’introduzione del fair play. Ha fatto in modo che gli stadi tornassero, per quel che era possibile, a diventare la casa della gente e non soltanto degli sponsor e delle televisioni. Ha sempre destinato denaro in opere di benecienza autentica e non pelosa. Soprat a lui si deve quella importante campagna contro il razzismo e contro l’intolleranza di ogni specie che ancora oggi funziona sotto lo slogan del “Respect”. Lo stesso rispetto dovuto anche a Michel Platini, nel giorno del suo .

* da Il Bianconero