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Agnelli a processo: Stadium sotto scacco ultrà!

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L’inchiesta “Alto Piemonte” che coinvolge alcuni personaggi della criminalità organizzata entrati in contatto col tifo organizzato della Juventus e che, a livello di giustizia sportiva, porterà anche il presidente Andrea Agnelli davanti al Tribunale della .

Il peccato originale nasce da un’utopia: lo senza scontri tra ultrà, famiglie e bambini a godersi il calcio senza barriere. È nel sogno, di un impianto «pionieristico che ci metta allo stesso livello delle altre grandi d’Europa», come raccontava Andrea Agnelli il giorno dell’inaugurazione, in quel piccolo gioiello dove sono state costruite la rinascita della Juventus e i 5 scudetti di fila, che si materializza il pasticciaccio brutto per cui il 26 maggio andranno a processo davanti al Tribunale della società, presidente e tre bianconeri. Secondo l’accusa della procura federale hanno avuto «rapporti costanti e duraturi con i “gruppi ultras”, anche per il tte e con il contributo fattivo di esponenti della malavita organizzata, autorizzando la fornitura agli stessi di dotazioni di biglietti e abbonamenti in numero superiore al consentito».

Questo peccato originale si scorge nelle 19 pagine del deferimento, scritte dall’ prefetto Giuseppe Pecoraro, ma ancor di più nelle cettazioni raccolte dalla squadra mobile di Torino nell’inchiesta “Alto Piemonte”, per cui in questi giorni sono a processo 23 persone (nessun dipendente juventino) accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso. «Ho incontrato Mauriello e Grancini (leader dei Viking, ndr) per la gestione dei gruppi che erano in Nord che si sarebbero dovuti spose nel nuovo stadio in Sud. Gli assegnammo queste tessere, il primo anno erano omaggio, il secondo erano dei rinnovi quindi con lo sconto», spiegava a novembre il security manager della Juve, Alessandro D’Angelo, nell’audizione davanti a Pecoraro che lo ha deferito.
Un patto confermato a luglio davanti ai pm di Torino, Monica Abbatecola e Paolo Toso, anche dall’ direttore marketing juventino, Francesco Calvo (pure lui deferito). Quest’accordo però andava rinnovato e la di proteste, con disordini allo stadio e ammende per il club, spinge i bianconeri a farlo più volte. Di uno di questi rinnovi si occupa anche Rocco Dominello, uno degli arrestati nel blitz di luglio e ora a processo a Torino con l’accusa di associazione mafiosa, insieme al padre Saverio: «Ieri ho incontrato i Viking e gli ho detto che li devo tagliare» dice D’Angelo al figlio del boss in una telefonata cettata nel giugno 2013. Dominello però sa che gli altri ultrà protesteranno e suggerisce: «Tu gli dici vabbò 100? Va bene 100 però vedi che il prossimo anno non c’è più niente. Ale fai come ti dico credimi, se devono venire da te vengono con un altro spirito hai capito? ». Una conversazione che Pecoraro non cita, ma che dimostra la confidenza e la forza di Dominello, ufficialmente solo il referente dei Drughi Canavese, ma che arriva a indicare la strategia da tenere con gli altri ultrà a uno degli amici e stretto collaboratore del presidente Agnelli.

C’è una domanda all’origine della vicenda: Agnelli e la Juve sapevano di scendere a compromessi con la malavita organizzata? Dal punto di vista della giustizia sportiva conta poco, ma è su questo punto che l’Antimafia ha acceso i radar. Quando l’8 agosto scorso — a vicenda emersa — D’Angelo parla con il supporter liason officer Alberto Pairetto (figlio dell’ Luigi), dice di aver di essere invischiato «in una vicenda di mafia». Certo la Juve ha concesso biglietti favorendo il bagarinaggio per garantirsi il controllo della .
Su questi punti, il 26 maggio, partirà il processo sportivo in cui Andrea Agnelli rischia la presidenza della Juventus. La Procura della Federcalcio, per sostenere le proprie accuse, utilizza le parole del gip di Torino, Stefano Vitelli, che a pagina 82 dell’ordinanza di custodia cautelare dell’inchiesta Alto Piemonte scrive che la Juventus «ha consentito il bagarinaggio come forma di compromesso con gli ultras», per mantenere l’ordine allo stadio e evie ammende o sanzioni sportive. «Un sistema che ha determinato la formazione di un importante giro di facili profitti su cui hanno messo gli occhi e poi le mani le famiglie mafiose operanti in zona creando un pericoloso legame di affari tra gli ultras e le cosche».

Per dimostrare il coinvolgimento di Agnelli la procura federale, cita una serie di episodi. D’Angelo che informa il presidente di aver introdotto, per eludere i controlli delle forze dell’ordine allo stadio, uno zaino con pedi e uno striscione – che Pecoraro ipotizza sia quello contro le vittime di Superga comparso in qualche ora dopo – e di essere stato ripreso mentre lo faceva: «Ale sei un ciuccio, ti sei fatto beccare» lo apostrofa il presidente.
E poi gli incontri certificati e ammessi dallo stesso Andrea Agnelli con capi ultrà come Dino Mocciola — leader dei Drughi, scarcerato nel 2005 dopo 20 anni per l’omicidio di un carabiniere, ma scelto dal club come locutore per la cessione dei biglietti — e Loris Grancini, del quale Agnelli cettato dimostra di conoscere la storia («Questo ha ucciso gente» dice, prima di essere corretto da D’Angelo, «Ha mandato a uccidere»). L’avvocato di Raf- faello “Ciccio” Bucci, ultrà dei Drughi e poi supperter liason officer bianconero, suicida il 7 luglio, racconta le modalità di cessione di biglietti al proprio cliente: «Ciccio aveva a disposizione 1000 tagliandi, 900 a pagamento e 100 gratis. Mi mostrò dal cellulare delle mail in cui Agnelli chiedeva se avesse bisogno di biglietti, per dimostrare che non era lui a fare pressione sulla società».

La società e il suo legale Luigi Chiappero hanno contestato quanto sostenuto da Pecoraro, soprattutto in commissione parlamene Antimafia: nei giorni scorsi hanno lanciato la richiesta di rendere pubblico il contenuto di quell’audizione con l’hashtag #desecretatePecoraro. Il presidente Agnelli in un primo momento aveva escluso qualsiasi rapporti con Dominello, mentre l’ultima versione afferma che se incontri ci sono stati non sono mai stati a tu per tu. Nelle 36 pagine della memoria difensiva inviata alla , gli avvocati escludono che sapessero di avere a che fare con ‘ndranghetisti, ma soprattutto che lui non sapeva dei contenuti dello zaino con gli striscioni. Sulla questione biglietti agli ultrà, c’è un’ammissione per D’Angelo, Merulla e Calvo: «Hanno dato biglietti oltre il consentito e il primo anno anche gratis, ma solo per garantire l’ordine pubblico e informando sempre le forze dell’ordine». È rigettato il marchio di collusione con la ‘Ndrangheta. Un «marchio infamante » come ha detto pochi giorni fa uno che ‘ndranghetista lo è stato, e cioè Saverio Dominello, padre di quel Rocco che per la società bianconera era solo «un ultrà dai modi più urbani e pacati di altri”.