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Ad Anfield Road c’è passione e condivisione, in Italia violenza e morte!

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di Edoardo Menna - L’ultima delusione contro il non ha intaccato lo spirito di Alnfield Road!
Qualche settimana fa, alla vigilia di Liverpool-Napoli, in tanti ni e soprattutto , nel pieno dell’incertezza di passare o meno il girone contro gli inglesi, erano preoccupati solo da una cosa: “il fattore Anfield”.

Eppure alcuni giocatori azzurri sostenevano a testa alta di non allarmarsi del ca di Liverpool, come Dries , che ai microfoni disse prima del match: “L’atmosfera che ci attenderà? In il calcio è qualcosa di pazzesco, quindi ci siamo abituati”.

Risultato: partita sotto tono da parte di tutto il Napoli, pressione palpabile e tanti errori, nonostante esser usciti per un soffio nel finale. Non è colpa di e della sua squadra, perché l’atteggiamento concettualmente è quello giusto: non aver paura e rilassarsi.

Una volta scesi in campo però, il “You’ll Never Walk Alone” è solo l’inizio.
Come faccio a sostenere tutto questo?

Perché, da tifoso reds, più di una volta ho potuto ammirare dal vivo l’Anfield, l’ultima di queste proprio qualche giorno fa, per assistere a Liverpool-Arsenal. Sono qui dunque a raccone questo breve viaggio proprio per rispondere a tante persone che si domandano: “cos’ha di tanto speciale l’Anfield Road, perché è
così determinante?”.

Sono arrivato la sera prima del match e, una volta posata la valigia, ho subito cercato il primo pub per trascorrere la più classica delle serate nel Merseyside: Guinness, beef hamburger, Beatles e football, o meglio, Liverpool.

Finalmente potevo immergermi nella realtà degli altri reds, gli “scousers”.
Finalmente potevo dire di tifare Liverpool senza che la gente mi rispondesse: “e come mai?”.
Essendo nato e cresciuto a Napoli, ero curioso di vedere come i inglesi avessero vissuto la vittoria contro la squadra della mia città, il dentro o fuori per gli ottavi di .

Le risposte sono state tutte quasi uguali… “è una vittoria importante per andare avanti nella competizione, ma il vero obbiettivo
quest’anno è un altro”.

Ovviamente la er League, che manca da quasi trent’anni e che da allora mai
come quest’anno sembra esser così fattibile.
Mi sono ritrovato ad andare all’Anfield in una situazione paradossale: +7 dal Manchester – oggi diventati meno – entusiasmo ai massimi livelli, tutti a toccare il cielo con un dito, squadra e .

Il mattino seguente era il “matchday”, sono voluto andare in anticipo allo stadio per poter respirare un po’ l’atmosfera. La prima differenza che ho notato con gli stadi ni era l’allestimento degli spazi afferenti: palchi con bravissimi cantanti esordienti, campi di calcetto per far giocare i ragazzini, stand e tendoni per mangiare o bere birra e tante altre strutture per smorzare l’attesa della partita e far se insieme le famiglie. Un ambiente sereno e gioioso, che rispecchia l’ideale concezione del calcio: che esso sia anche una grande festa popolare, nella quale la vera competizione si gioca in campo per 90 minuti, non fuori lo stadio con spranghe e coltelli.

All’ingresso in campo dei giocatori, puntuale come sempre, parte “You’ll Never Walk Alone”, la preghiera laica che sembra esser intonata da un’unica fortissima, voce: inutile dilungarsi troppo, qualsiasi appassionato di calcio sa la magia di questo momento, figuriamoci dal vivo. Inizia la partita, boato, cori e fischi agli avversari, ma si mette subito male e passa in vantaggio l’Arsenal.

Un gol in casa dopo cinque minuti spesso è capace di gelare uno stadio intero, ma i “gunners” è come se in quel momento avessero provocato la tifoseria sbagliata: i cori non sono cessati, ma aumentati ad un volume assordante, e di conseguenza alla squadra era come se non fosse successo niente, erano ancora fermi sullo zero a zero.

Il Liverpool neanche dieci minuti dopo riesce infatti a ribale il risultato, segnando due gol in tre minuti. Non è un caso una reazione del genere, è il “fattore Anfield”: il sostegno immancabile a prescindere dal risultato,
per la squadra e per i singoli, con cori dedicati ad ogni giocatore, sia per incoraggiarli dopo un errore, sia per elogiarli dopo un semplice contrasto o tiro in porta. La constatazione ha un retrogusto amaro per un ​napoletano, perché le ne sono ben distanti ahimè da questo spirito, il più delle volte pronte a sottolineare il disappunto fischiando la propria squadra con impazienza e frustrazione.

Più il Liverpool si stimolava grazie al suo pubblico, più l’Arsenal naturalmente si intimoriva, e i successivi tre gol subiti sono stati frutto di un vero e propri crollo psicologico. Dalla bolgia alla festa dunque, fino agli olè
irrisori nei minuti finali e ad un assordante “yesss” al triplice fischio, nonostante l’esito della gara fosse ampiamente deciso, 5 a 1.

Usciamo dalla Kop ed ecco un’ultima significativa immagine: gunners e reds
che bevono assieme al pub di fronte lo stadio, mentre discutono della partita. Una sorta di “terzo tempo” fra . Un’altra testimonianza del progresso di civilizzazione fatto in Inghilterra, che risponde ai tristi episodi degli anni 80’ e 90’ con protagonisti i famosi hooligans.

Un progresso che pare invece non esser ancora avviato in , dove sempre più frequentemente si è costretti ad anticipare derby per questione di
ordine pubblico o a chiudere i settori ospiti, per evie tensioni e risse violentissime fra nuclei di .

Forse la frequentazione dell’Anfield, ma più in generale di tutti gli stadi inglesi, potrebbe tornare utile per far ragionare molti e soprattutto i vertici del calcio no, al fine di restituire a questo il suo vero
significato: gioia, passione e soprattutto condivisione.