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Abrogio Maestri, Rigoletto juventino rapito da Paulo Sosa!

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di Chiara Beni - Ambrogio Maestri, acclamato baritono della generazione dei 40-50enni, canta Rigoletto a Firenze. Città cui è particolarmente legato anche per passione calcistica. “Sono nato a Pavia, ho giocato a pallacanestro ai tempi in cui Pavia era riferimento, quando avevo più o meno questa altezza (2 metri) ma 40 chili in meno. Mi piace il calcio e sono cresciuto tifando , ma a Firenze ho trovato qualcos’altro”.

Cosa?
“A Firenze siamo immersi nel bello e bello è anche il gioco della . Bello è quello che spinge un artista a migliorarsi e a misurarsi con grandi repertori da far vivere. Bello è l’idea, nello , che per raggiungere un risultato devi comunque appagare. Il risultato da solo non basta”.

E la ?
“E la ha questo. Poteva essere in testa, ma non fa niente. Ci sono i valori che rappresenta. E poi il grazie a squadre come la si sta innervando di linfa vitale. Basta Juve, basta anche e . e Napoli tengano testa e portino avanti il nuovo e il bello. Anche la Roma, che mi pare, però, si stia attardando un pò”.

I suoi Campioni?
“Le bandiere. Se ne stanno perdendo le tracce. Per questo, a me, piaceva Del Piero. Una bandiera è Antognoni, ma anche Totti. Poi vedo che Firenze ha mantenuto questo forte legame con l’idea dell’atleta simbolo. Vincere? Il calciatore deve soprattutto restare e crescere in un ambiente che diventa la tua comunità. A Firenze, al di là di chi arriva e di chi parte, l’aspirazione a fare comunità c’è. E mi piace. Il gioco della poi è una melodia ben eseguita. Sarebbe bello vedere Sousa e la squadra con noi a teatro”.

Perchè la ?
“Diego . Penso che abbia le carte giuste anche per guidare una comunità più grande. Se è vero che il suo impegno civile può trasformarsi in un progetto per trasformare il nostro paese, allora voglio proprio seguire questa avventura. Mi dà l’idea di un grande artigiano con la coscienza del padre di famiglia. Solidarietà e capacità, quello che serve all’Italia. E che ha fatto decollare il nostro paese, ma anche il calcio, come è accaduto qui”.

Il basket.
“Era il basket dei tempi di Attilio Caja a Pavia. Poi ho smesso abbastanza presto. Giocavo centro e mi mancavano i centimetri”.

Rigoletto…
“Potrebbe essere una di oggi: un padre che crescere da solo una figlia. Per un baritono il Rigoletto è come la league… Meglio: è come un calcio di rigore. Se ti designano devi fare gol. E se sbagli…”

Immagina il bis della Vendetta, come fa Leo Nucci?
“Non lo so. Io diffido del bis. E’ una fatica. E’ tensione. Se non parti con l’idea di farlo e decidi all’impronta rischi di fare male proprio la replica acclamata in anticipo. E’ accaduto che gli stessi che avevano chiesto un bis ti “buuano”, ti fischiano se la tua ‘seconda’ è fiacca”.

Torna a cantare dopo Parigi…
“Sì. Ero all’Opera la Bastiglia nei giorni della strage. Proprio lì. Ricordo l’angoscia di quel venerdì. Ero a 500 metri, in casa, dalle strade degli attentati. Sirene e spari fino all’una. Mi chiamavano dall’Italia e mi chiedevano notizie. Ma avevano secretato tutto. In non c’erano informazioni. Ne chiedevo io a chi chiamava. Però una cosa che mi ha dato orgoglio”.

Cosa?
“La domenica abbiamo cantato lo stesso l’Elisir d’amore. Lo abbiamo fatto con passione e amore. Credo che sia stata una delle nostre – e parlo di tutto il cast – migliori rappresentazioni. Non deve vincere la paura, anche se abbiamo angoscia dobbiamo testimoniare con il teatro. L’Elisir è un’opera buffa di Donizzetti: in quel week end hanno riso tutti di cuore. Ridere è la nostra forza. E poi, insieme, a cantare la Marsigliese. Mi hanno ringraziato e abbracciato. A teatro la vita non gioca a vuoto”.