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Abrogio Maestri, Rigoletto juventino rapito da Paulo Sosa!

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di Chiara Benigni - Ambrogio Maestri, acclamato tono della generazione dei 40-50enni, canta Rietto a renze. Città cui è particolarmente legato anche per passione calcistica. “Sono nato a Pavia, ho giocato a pallacanestro ai tempi in cui Pavia era riferimento, quando avevo più o meno questa altezza (2 metri) ma 40 chili in meno. Mi piace il e sono cresciuto tifando , ma a renze ho trovato qualcos’altro”.

Cosa?
“A renze siamo immersi nel bello e bello è anche il gioco della orentina. Bello è quello che spinge un artista a migliorarsi e a misurarsi con grandi repertori da far vivere. Bello è l’idea, nello sport, che per raggiungere un risultato devi comunque appagare. Il risultato da solo non basta”.

E la orentina?
“E la orentina ha questo. Poteva essere in testa, ma non fa niente. Ci sono i valori che rappresenta. E poi il campionato grazie a squadre come la orentina si sta innervando di linfa vitale. Basta Juve, basta anche Milan e Inter. orentina e tengano testa e portino avanti il nuovo e il bello. Anche la Roma, che mi pare, però, si stia attardando un pò”.

I suoi ?
“Le bandiere. Se ne stanno perdendo le tracce. Per questo, a me, piaceva Del Piero. Una bandiera è Antognoni, ma anche Totti. Poi vedo che renze ha mantenuto questo forte legame con l’idea dell’atleta simbolo. Vincere? Il calciatore deve soprat restare e crescere in un ambiente che diventa la tua comunità. A renze, al di là di chi arriva e di chi parte, l’aspirazione a fare comunità c’è. E mi piace. Il gioco della orentina poi è una melodia ben eseguita. Saree bello vedere Sousa e la squadra con noi a teatro”.

Perchè la orentina?
Della Valle. Penso che aia le carte giuste anche per guidare una comunità più grande. Se è vero che il suo impegno civile può trasformarsi in un progetto per trasformare il nostro paese, allora voglio proprio seguire questa avventura. Mi dà l’idea di un grande artigiano con la coscienza del padre di famiglia. Solidarietà e capacità, quello che serve all’Italia. E che ha fatto decollare il nostro paese, ma anche il , come è accaduto qui”.

Il basket.
“Era il basket dei tempi di Attilio Caja a Pavia. Poi ho smesso aastanza presto. Giocavo centro e mi mancavano i centimetri”.

Rietto…
“Potree essere una storia di oggi: un padre che crescere da solo una glia. Per un tono il Rietto è come la Champions league… Meglio: è come un di rigore. Se ti designano devi fare . E se sbagli…”

Immagina il bis della Vendetta, come fa Leo Nucci?
“Non lo so. Io difdo del bis. E’ una fatica. E’ tensione. Se non parti con l’idea di farlo e decidi all’impronta rischi di fare male proprio la replica acclamata in anticipo. E’ accaduto che gli stessi che avevano chiesto un bis ti “buuano”, ti schiano se la tua ‘seconda’ è acca”.

Torna a cantare dopo Parigi…
“Sì. Ero all’Opera la Bastiglia nei giorni della strage. Proprio lì. Ricordo l’angoscia di quel venerdì. Ero a 500 metri, in casa, dalle strade degli attentati. Sirene e spari no all’una. Mi chiamavano dall’Italia e mi chiedevano notizie. Ma avevano secretato . In non c’erano informazioni. Ne chiedevo io a chi chiamava. Però una cosa che mi ha dato orgoglio”.

Cosa?
“La domenica aiamo cantato lo stesso l’Elisir d’amore. Lo aiamo fatto con passione e amore. Credo che sia stata una delle nostre – e parlo di il cast – migliori rappresentazioni. Non deve vincere la paura, anche se aiamo angoscia doiamo testimoniare con il teatro. L’Elisir è un’opera buffa di Donizzetti: in quel week end hanno riso tutti di cuore. Ridere è la nostra forza. E poi, insieme, a cantare la Marsigliese. Mi hanno ringraziato e aracciato. A teatro la vita non gioca a vuoto”.