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I 100 di Frank, l’Italia, la cravatta del Genoa…

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di Marco Bernardini* – Oggi, più che non in altra epoca, il mondo del calcio e quello dello spettacolo sono pressoché speculari. Le due categorie di preti sono perlopiù divi e i l ingaggi sontuosi. Le celebrazioni di questi personaggi “pop” sono scontate. Quando nascono e quando se ne vanno. Dunque. Cento anni fa, l’undici dicembre 1915, nella cittadina di Hoboken nello Stato del New Jersey veniva alla luce un marmocchio provvisto di un timbro di voce talmente unica da riservagli, successivamente, un posto nell’eternità tra i grandi artisti di tutti i tempi. I genitori lo battezzarono Frank, in omaggio alla nazione che li aveva ospitati. Lui, piccoletto, nero di capelli e gli occhi verdi tradiva tutta la sua italianità non solo per il cognome che portava: Sinatra. Sarà, per tutta la vita e dopo i primi anni americani disagiati come accadeva per tutti i nostri immigrati e i l gli, “The voice”. La voce più bella, pulita, rotonda mai sentita uscire dalla bocca di un cantante. Un mito, appunto, di ne nascono con il contagocce rapportabile a Caruso, Pavarotti, la Callas e Mina Mazzini. Come Pelè, per il calcio, Alì per a boxe, Lewis per l’atletica, Joe Di Maggio per il baseball.

Morì nel maggio del 1998. Durante la vestizione funebre, come lui aveva espressamente richiesto, intorno al collo della camicia bianca gli venne messa una cravatta a righe rosse e blu. Sopra la bara di mogano chiaro, una bandiera con i medesimi colori e tanto di stemma e. Frank Sinatra, n da bambino e per tutta la sua esistenza terrena, era stato un tifoso fedele e praticante del Genoa. La squadra del cuore che lo aveva fatto innamorare attraverso i racconti della mamma Natalia Delia detta “Dolly” che era nata a Lu, un paesino dell’entroterra ligure. Un amore sincero e irrinunciabile per Frank che pure fu un donnaiolo impenitente con tra sue vittime femmine strepitose come Ava Gardner, Marilyn Monroe, Lana Turner, Angie Dickinson e Mia Farrow. Evidentemente, per ciò che riguardava l’amour, aveva preso da papà Martino focosissimo siciliano pugile per passione e fabbro per necessità. Ma, in quanto al pallone, fu monogamo genoano.

Quest’anno il pmo Giro d’Italia vivrà una cronometro “ligure” in partenza da Sestri Levante. Gli organizzatori hanno già ufcializzato che la giornata di keresse popolare e iva verrà amente dedicata alla gura di Frank Sinatra e che proprio nel paesino di “Dolly” la sera verrà organizzata una bella festa con tutti i “girini”. Nell’attesa, sarebbe possibile fare anche di più anticipando l’amarcord e facendolo cadere nei pressi della data ufciale della nascita. Domenica pma il Genoa giocherà a Marassi contro il Bologna con, in ogni caso, il trionfo dei colori rossoblu. Non sarebbe niente male, anzi forse doveroso, se la Curva genoana coinvolgesse il resto dello o per un minuto di applausi amente dedicati al “mostro sacro” della canzone nazionale e tifoso. Seppoi, in quel momento, dagli altoparlanti del “s” uscissero anche le note e la voce a modulare “My way”, il capolav di Sinatra, il momento sarebbe storico oltreché toccante. Farlo costerebbe nulla se non un poco di buona volontà.

Anche perché la “parte italiana” di Frank lo meriterebbe. Non appena era libero da impegni professionali l’attore-cantante americano reclutava i suoi due grandi amici Dean Martin e Sammy Davis Junior per un blitz genovese. E nella città della Lanterna per lui era diventato un rito quasi sacro il pellegrinaggio no al ristorante dei Belloni, “Zefrino”, dove “The voice” rischiava di nire in overdose di trenette condite con il pesto delle quali era ghiottissimo. Si faceva allestire uno scatolone pieno di vasetti con i quali, a Los Angeles, sarebbe andato alla conquisa delle belle donne prendendole anche per la gola. Così, per esempio, Frank rapì il cuore di Marilyn.

E fu durante uno di questi suoi viaggi italo-americani che convinse la famiglia Belloni a tentare la conquista dell’America a copi di pesto, con o senza aglio. Lo sbarco ebbe successo anche grazie alla mediazione di Sinatra. Un artista globale a tutto tondo che, inconsapevolmente, ha anche fatto didattica scolastica. Non a Genova, ma a Torino per volere del presidente della Juventus Giampiero Boniperti il quale pretendeva, legittimamente, che i suoi giocatori fossero anche un minimo acculturati tanto da cavarsela in giro per il mondo. Sinatra, quando cantava, possedeva un tono di voce talmente chiaro e netto che nulla aveva a che vedere con l’inglese contaminato dallo slang americano. Un inglese perfetto. Due volte alla settimana, tutti insieme, per ascoltare i dischi di Sinatra e imparare una lingua straniera. Non so se fosse scritto nel contratto, ma i giocatori della Juve facevano così.

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